Tatticamente – L’inspiegabile ritorno al passato: Ancelotti scimmiotta Sarri

Il Napoli che dava con disinvoltura tre gol alla Juventus in venti minuti e quattro alla Fiorentina a Firenze, dove Sarri ha pareggiato peraltro senza segnare, non esiste più. È vero, di contro subiva lo stesso numero di gol, però almeno mostrava la parvenza d’una identità: una squadra molto offensiva, capace di andare al bersaglio in qualsiasi momento ma anche parecchio fragile in fase difensiva. Adesso questo Napoli è indecifrabile: ha smarrito completamente ogni caratteristica, sembra non saper più giocare a calcio. Ancelotti ci sta mettendo del suo, trasmette come un senso di fragilità figlia della sua confusione: il presunto 4-3-3 presentato a Torino non ha avuto alcuna logica, sembrava la controfigura del Napoli di Sarri che lo stesso Ancelotti ha deciso di mettere da parte appena 15 mesi fa, rivoluzionando le modalità (oltre che il sistema) di gioco d’un gruppo abituato a pensare calcio in un modo completamente diverso. Il senso di riproporre un qualcosa di ripudiato, di “vecchio”, a distanza di un anno dalla debacle di Sampdoria-Napoli 3-0, qualcuno dovrebbe ancora spiegarcelo. Il modulo non è una semplice terna numerica, è un argomento serio, una cosa che va maneggiata con cura, che si consolida attraverso il lavoro sul campo, il tempo e non certamente dopo una campagna acquisti impostata su un passaggio definitivo al 4-2-3-1 o 4-4-2 che dir si voglia. Quattro punte centrali e nessun regista, inoltre la volontà di Mertens di tornare sulla trequartisti lasciando il ruolo della prima punta isolata in area di rigore ad un vero terminale offensivo: nonostante tutte queste condizioni messe insieme, Ancelotti tradisce sostanzialmente se stesso abbandonando una via per percorrerne un’altra ancora, scimmiottando il suo predecessore che sul 4-3-3 di Napoli c’ha praticamente costruito una carriera ma studiato anche tanto. Con un parco giocatori che aveva deciso di seguirlo come un matto, di accettare di ripetere ogni singola esercitazione in allenamento fino allo sfinimento e soprattutto con quattro uomini cardine: il portiere, Reina, incerto tra i pali ma unico nel giocare abilmente coi piedi; il play-maker, Jorginho, in grado di dettare i tempi e di tenere stretti i reparti con giocate semplici ma estremamente efficaci nella lettura delle situazioni; un centravanti, Mertens, che centravanti non era ma che lo è diventato grazie a degli automatismi irripetibili. Quel Napoli va ricordato e cancellato per sempre: nessuno, probabilmente nemmeno Sarri – ove mai fosse rimasto – sarebbe stato capace di riportarlo a livelli così alti come quelli raggiunti nella stagione dei record. Ancelotti aveva allora cercato di intraprendere un percorso d’internazionalizzazione che quest’anno era chiamato a coronare con un successo ma prima ancora a consolidare con l’affermazione d’una identità precisa che desse delle nuove certezze. E invece l’eccessiva duttilità d’un tecnico che credeva d’apporre delle novità con la conferma di gran parte dei protagonisti che avevano caratterizzato il precedente ciclo sta finendo per rivelarsi un boomerang: interpreti che nel 4-4-2 non sembravano a loro agio, persino ritornando al precedente ordinamento figurano al di sotto degli standard abituali; alcuni sono totalmente involuti, inconsapevoli di avere comunque delle qualità individuali che dagli schemi dovrebbero affrancarsi e cominciare un po’ a mettere se stessi al centro del villaggio piuttosto che nascondersi dietro l'”alibi” dello schieramento. Il Napoli del primo tempo di Torino ha un predominio territoriale inutile, sterile, che produce una sola azione – il tiro in porta di Fabian Ruiz – grazie ad una iniziativa personale di Luperto che porta palla sino al limite dell’area avversaria per poi scaricarla all’indirizzo dello spagnolo che di fatto calcia perché non aveva altre soluzioni: rappresenterà l’unica parata di Sirigu. Nella ripresa, il Napoli riesce nell’impresa di peggiorare la sua prestazione: tardivo l’ingresso di Llorente che al netto d’un paio di colpi di testa riesce comunque a incidere poco, ma alla fine si disunisce e rischia pure di perderla nella medesima misura in cui arrivò la sconfitta interna col Cagliari. È da quella sera che il Napoli appare improduttivo, lento, che scende in campo senza la giusta voglia per superare avversari dalla cifra tecnica indubbiamente inferiore ma ben strutturati fisicamente e contro cui è difficile passare se poi il pallone viaggia troppo lentamente. Il Napoli di Ancelotti deve ritrovare un gioco, un qualsiasi di gioco, non necessariamente un “bel gioco”. In altre parole, deve ritrovare se stesso: quel Napoli astuto e cinico che ad esempio batte il Liverpool, che ispira fiducia ed incute timore agli avversari. Attento, puntuale, aggressivo, al massimo della forma, che non concede nulla, che soffre ma che ogni volta che prova a pungere è estremamente pericoloso: il Napoli che nell’arco di un anno mette due volte ko i campioni d’Europa lo fa esprimendo delle caratteristiche che deve unicamente ad Ancelotti e di cui solo lui può ergersi a garante affidabile. La difficoltà di non ripetersi in ogni circostanza, su tutti i palcoscenici e contro chiunque è un concetto assolutamente banale: è impossibile pensare di poter applicare la stessa intensità con continuità. E il rischio è quello di correre con un pilota automatico che non è più capace di innescare le marce (alte) al posto tuo: il veicolo continua a guidarti, ma ne hai ormai perso il controllo.

Il Napoli ha palesato le maggiori criticità in fase d’impostazione. Di Lorenzo, il migliore in assoluto, è stato insieme a Luperto l’artefice principale nel giro palla da dietro: in assenza d’un terzino di ruolo anche dalla parte opposta, che aprisse il campo invece di rientrare sul destro come spesso è stato costretto Hysaj fin quando è rimasto in campo, Ancelotti gli ha affidato uno dei compiti attualmente più complicati da gestire per il Napoli, ossia imbastire una azione manovrata che sia il meno prevedibile possibile. Non è riuscito: oggi il Napoli non è in grado di palleggiare con qualità, soprattutto quando il pallone arriva sui piedi di gente come Lozano che non sa cosa farci. Il Napoli di Ancelotti è nato per svolgere un altro tipo di calcio, che cerchi immediatamente la profondità delle punte e poco o nulla l’assistenza di mezzali di turno che partecipino con insistenza ad una serie di tocchi ravvicinati che, senza i dovuti movimenti tra le linee, terminano evidentemente con un nulla di fatto o peggio ancora col farsi anticipare dall’intervento del difendente che approfitta della dormita del portatore. E’ capitato spesso di vedere Zielinski perdere sanguinosi palloni in uscita o comunque in zone calde di campo: lì se il pressing avversario funziona correttamente scatta immediatamente la transizione negativa.

 

Nelle poche occasioni in cui gli azzurri si sono riversati in avanti con convinzione è poi mancato un numero sufficienti di giocatori per finalizzare l’azione. Qui un taglio di Insigne non verrà raccolto da nessuno proprio perché il Napoli ha attaccato male la porta: potenzialmente sarebbe toccato a uno tra Mertens e Fabian – non certamente due rapaci d’area -, che per caso si era ritrovato a seguire l’assist del compagno e senza la cattiveria opportuna aveva solamente tentato di colpire il pallone sfiorandolo appena. Infelice la scelta di Ancelotti di puntare su due esterni molto larghi lasciando un unica punta in mezzo, isolata sia da Insigne e Lozano appunto, sia dalle due mezzali che hanno accompagnato poco e non hanno offerto alcuno spunto degno di nota atto a innescare presupposti da rete interessanti per Mertens. Penalizzato anche il miglior giocatore sin qui della stagione, per rendimento e abnegazione: Ancelotti dovrebbe invece proteggere i suoi talenti e soprattutto trascinatori di questa squadra; ed il belga è forse l’unico che ha doti da leader e che va messo sempre nelle condizioni ideali di poter esaltare il proprio repertorio che in questo momento parla chiaro. Mertens vuole giocare in coppia con una boa alla Llorente: va in apnea se si sente intrappolato da un atteggiamento offensivo pigro e scarno da parte della squadra o se viene relegato a compiti di sacrificio – come il dover far salire la squadra, il dover proteggere palla – che agevolano il lavoro degli avversari che esercitano una pluri marcatura ed il pallone non glielo fanno più vedere.

 

A Lozano va dato tempo ma vanno dati soprattutto dei riferimenti: sembra allo sbaraglio, i compagni non lo seguono, lui non segue loro. Gli manca lo spunto per superare l’uomo, forse lo avrà: sta di fatto che avrebbe bisogno di un supporto superiore dalla squadra. Se solo avesse almeno un paio di “sponde” vicino ogni volta che entra in possesso di palla, potrebbe ridursi il suo margine di errori e sollevarsi contestualmente l’asticella dell’autostima. Cominciando da alcuni semplicissimi tocchi, gli ideali per entrare in sintonia con l’ambiente ed alleggerire il peso delle responsabilità. Non gli va gettata la croce addosso: è la prima partita che disputa in quello che probabilmente è il suo ruolo naturale. Già qualcosa ha fatto intravedere, perlomeno rispetto alle precedenti prove è sembrato meno timido: è un passo in avanti, è un dato significativo che deve far capire ad Ancelotti come sfruttare un giocatore che ha bisogno di una squadra alle sue spalle. Abbastanza ardito il paragone con Lavezzi: il Pocho era un solista che portava a spasso una intera difesa e faceva reparto da solo; il messicano no, abbassa la testa per pensare, ragionare. Il problema è che forse adesso pensa troppo: si dà un gran da fare, vorrebbe spaccare il mondo.

 

Le cose sono leggermente cambiate nella ripresa, quando il Napoli s’è reso pericoloso esclusivamente con Llorente: veramente troppo poco per una formazione che un giocatore dalla caratteristiche del basco non lo annoverava tra le proprie fila dai tempi de “El Pampa” Sosa, eppure ugualmente “sopravvissuta” in tutti questi anni attraverso delle soluzioni alternative, anzi prime scelte, di livello. Llorente versione panacea di tutti i mali è una diminutio che il Napoli non può permettersi: appare decisamente riduttivo aspettare l’ingresso dello spagnolo come ancora di salvezza. La palla lunga e pedalare è un fondamentale che non appartiene al DNA storico del Napoli: rimane una piacevole eccezione da sfruttare nei casi “disperati” d’un match stregato che fatica a sbloccarsi, ma se comincia a diventare una “regola” diventa poi complicato andare ripristinare un vecchio modo di agire che cercava di rifugiarsi comunque, anche in caso di insidie particolari, all’interno d’una saggia e assai paziente ricerca dell’imbucata rasoterra e del varco vincente tra le linee.

A proposito dell'autore

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

Post correlati

Translate »