Tatticamente – Insigne e altri dieci

E come un po’ tutte le grandi – in realtà in questo periodo di grandi ci sono solo Juventus, Atalanta e Napoli – anche la squadra di Gattuso si affida, ad un certo punto, ai colpi dei singoli per risolvere le partite. Nello specifico, quella con la Roma almeno nei numeri è stata una gara totalmente dominata dagli azzurri: i giallorossi hanno concluso in porta soltanto tre volte, il Napoli ben dieci; ma in generale la sensazione che i padroni di casa tenessero meglio il campo c’è praticamente sempre stata. D’altronde il Napoli è reduce da una serie estremamente positiva di quasi tutte vittorie, mentre la Roma è in piena crisi, non solo di risultati ma addirittura di identità, smarrita dopo un avvio di stagione in cui sembrava pienamente in lotta per un posto Champions. Non è stata una gran bella partita: il Napoli ha fatto di più, soprattutto nel primo tempo, arrivando almeno tre volte a concludere davanti al portiere – con Fabian e Zielinski e poi il palo di Milik; nella ripresa, quando la gara si è maggiormente riequilibrata, Gattuso ha potuto contare su una panchina lunga, importante, che si è concessa il lusso di lasciare fuori gente come Politano, Younes e Ghoulam, a differenza del collega Fonseca che di cambi ne ha fatti solo tre su cinque disponibili – evidentemente, gli altri componenti della rosa capitolina o non erano al meglio o non godono della stima del tecnico. Ci sono delle differenze tra Napoli e Roma, checché ne dica la classifica, che in questo momento le vede appaiate: lo aveva in parte già dimostrato la gara d’andata, quando c’era ancora Ancelotti, lo ha confermato la sfida del San Paolo. Tuttavia, quando i ritmi calano ed il caldo aumenta, nel calcio non conta più se sei più squadra o meglio organizzato dell’avversario, ma sono le individualità, soprattutto quelle con maggior qualità, a fare la differenza. Non a caso sta volando la Juventus, che ha l’organico più forte ed ampio del torneo, mentre le sue inseguitrici faticano tantissimo. E poi c’è questo Napoli che, dalle retrovie, senza alcun obiettivo in campionato ma con tanto orgoglio e voglia di far bene anche in vista del big match di Champions, tra un mese, a Barcellona, non ha intenzione di mollare nulla. A cominciare dal proprio capitano, elogiato da Gattuso non solo per talento ma anche per spirito di sacrifico: non a caso l’unica prova incolore di Insigne delle ultime uscite, quella a Bergamo con l’Atalanta, ha coinciso con una sconfitta, l’unica nelle ultime undici stagionali. Il Napoli, senza girarci troppo intorno, dipende da Insigne. Esattamente come la Juventus dipende da Ronaldo e Dybala. E non c’è nulla di male che una squadra di calcio, oltre a contare su certi meccanismi di gioco collettivi, abbia nei singoli la capacità di venire a capo di alcune partite, che altrimenti i restanti dieci non sarebbero in grado di vincere. È così il calcio, da sempre, altrimenti non sarebbero esistiti i numerosi fuoriclasse che ancora oggi annovera. Nel bene e nel male, il calcio è dei giocatori, così come il Napoli è di Lorenzo Insigne. Per fortuna non siamo (ancora, ma forse non lo saremo mai) ai livelli di “palla a Insigne” e vediamo cosa succede: Gattuso ha fondato questa lunga rincorsa dal 13esimo posto al 5º su ben altri aspetti e valori (anche umani, emotivi, caratteriali, non solo tecnici); però che Insigne sia un giocatore al quale, al di là della tattica e degli schemi, il Napoli decide di affidarsi nella maggior parte delle iniziative offensive che è in grado di costruire è un dato abbastanza certo, dimostrabile. D’altra parte da anni, da Benitez a Sarri, il Napoli attacca di più a sinistra, e lì – guarda caso – c’è Insigne; da anni Callejon segna con i traversoni che partono dal lato opposto, e lì – tanto per cambiare – c’è Insigne; da anni lo stesso Insigne è spesso bistrattato quando le cose non vanno bene, perché le sue performance riflettono – in qualche modo – le esibizioni di tutta la squadra.

Fonseca ha provato a sorprendere con uno schieramento che lui stesso ha ammesso essere più difensivo: la difesa a tre, nelle intenzioni dell’allenatore portoghese, era mirata a dare maggiore protezione ad una retroguardia che ultimamente sta incassando gol da chiunque. Mossa, in realtà, non proprio azzeccatissima, in quanto ha esposto i tre centrali a degli uno contro uno continui con gli altrettanti attaccanti del Napoli, che specialmente nel primo tempo sono stati molto bravi a farsi pescare in posizione sempre regolare dai suggerimenti di un Mario Rui particolarmente ispirato, che di fatto ha rappresentato un’ala aggiunta per tutta la gara. Proprio dai piedi del terzino sinistro di Gattuso sono partiti i principali pericoli della prima frazione: nella fattispecie suo il cross perfettamente pennellato per la testa di Milik che colpisce la traversa. Ma al di là del centravanti polacco, il Napoli porta anche i due esterni, Callejon da una parte e Insigne dall’altra, nelle condizioni di battere potenzialmente a rete, impensierendo seriamente i rispettivi marcatori, peraltro meno veloci dei piccoletti azzurri. Quando il Napoli apre il campo con gli esterni bassi, che avanzano fino a puntare a ridosso della trequarti campo avversaria, il tridente va ad occupare per interno l’area di rigore avvicinando il più possibile gli esterni alti alla punta centrale. In questo modo, il Napoli accompagna l’azione con più uomini e non lascia Milik da solo, in balia dei difensori: sappiamo, infatti, che il polacco non sa la cava benissimo quando viene isolato e costretto a fare a sportellate con gli avversari, ma che al contrario rende meglio se ci sono dei compagni – la sua spalla ideale è per esempio Mertens – che gli girano intorno e gli portano via qualche uomo.

 

La prestazione di Insigne è un esempio per tutti i compagni, che non dovrebbero imitarne le gesta – quello è scientificamente impossibile se non hai i suoi piedi – quanto l’atteggiamento: si mette a disposizione dei compagni dando una mano anche in certe zone di campo che in teoria non dovrebbe essere lui a coprire. E’ intelligente, ha detto Gattuso, e quando c’è da provare qualcosa di nuovo è sempre il primo a recepire le indicazioni, ha aggiunto. Ma la grande resistenza nelle gambe e la massima disponibilità di Insigne a fare quella corsa in più decisiva per recuperare un pallone non sono delle novità dell’ultimora: è dai tempi di Mazzari che Insigne fa le fortune degli allenatori perché è uno di quei pochi attaccanti che pur sapendo di essere forte non si limita alle sole giocate che gli in teoria gli competono, ma è uno dei primi a ripiegare all’indietro in fase di non possesso. Qui lo vediamo nelle vesti dello stopper, del mediano che fa schermo alla difesa, che sceglie il punto giusto in cui fermarsi per riuscire ad intercettare un cross all’indietro di Spinazzola e salvare i compagni da una situazione potenzialmente pericolosa: è un lavoro oscuro, ma determinante, sono quelle situazioni che spesso si notano solo quando c’è l’errore, altrimenti passano inosservate; senza il suo apporto, probabilmente la palla sarebbe finita a qualche avversario che avrebbe potuto tirare in porta da posizione molto favorevole.

 

Tante volte si è discusso dell’intesa di Insigne con un centravanti come Milik, che non sempre ha dimostrato di saper parlare la stessa lingua di un giocatore molto tecnico come Lorenzo: negli anni addietro, probabilmente il suo partner preferito è stato Higuain, col quale amava duettare nello stretto, al limite dell’area di rigore, proprio come nell’azione evidenziata dal frame. Stavolta, però, al posto del Pipita c’è Milik, che anziché chiudere l’uno-due col compagno che dopo aver fatto tutto da solo sceglie di servirlo, preferisce calciare in porta in un equilibrio abbastanza precario, vanificando l’ottimo lavoro di Insigne, sia nel portar palla e nello scaricare al momento opportuno e sia nell’inserirsi in area per eventualmente ricevere l’assist vincente. Ancora una volta, è Insigne il faro di questo Napoli: quando lui s’accende c’è sempre da aspettarsi qualcosa. I gol, ma soprattutto le rifiniture; quindi il paleggio, le magie: Insigne ha tutto per tornare a trascinare il Napoli ad altissimi livelli. Per la politica del club di De Laurentiis non arriveranno mai giocatori, almeno sulla carta, più forti di lui: al posto di Milik potrebbe esserci Osimhen, quindi cambierebbe qualcosa dal punto di vista della finalizzazione, ma lo sviluppo della manovra non potrà prescindere dai guizzi di Insigne, un numero dieci spostato sulle linea laterale, che Ancelotti aveva provato a snaturare, distruggere – calcisticamente parlando – al punto che solo una sua cessione sembrava potesse risolvere tutti i problemi di quel Napoli. Poi arriva Gattuso e opta per cosa semplice-semplice: Insigne e altri dieci.

A proposito dell'autore

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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