Tatticamente – Il centravanti come un cane: ti salva la vita (le partite)

Il secondo tempo di Parma sbatte in faccia a Gattuso una cruda verità: il Napoli di Sarri, che provava ad entrare in porta con tutto il pallone, e che stanava gli gli avversari facendo tanto possesso palla non solo per attaccare ma soprattutto per difendersi meglio, non esiste più. Che sia chiaro, una volta per tutte, soprattutto a Gattuso che, evidentemente grande ammiratore di quel tipo di calcio, che peraltro lo stesso Sarri non è più riuscito a ripetere altrove, è ancora convinto che quei medesimi principi continuino ad appartenere ad un gruppo che, tuttavia, a poco a poco sta perdendo, negli anni, gran parte di quel meraviglioso zoccolo duro che sfiorò lo scudetto. A Parma, il tecnico conferma dall’inizio il 4-3-3, nonostante un intero ritiro sfruttato quasi esclusivamente nella ricerca di qualcosa di diverso, grazie anche all’innesto di Osimhen che sembrerebbe fatto apposto per consentire al Napoli di velocizzarlo questo cambiamento. E invece Gattuso ha preferito rimanere nella sua zona di comfort, di partire, o meglio ‘ripartire’ da alcune (presunte) certezze: il modulo e gli uomini – al netto di Callejon che non c’è più – che per lunghi tratti hanno rappresentato la sua formazione tipo nel finale della scorsa stagione, dalla fine del lockdown in poi, fino al Barcellona. Al momento il campo gli ha dato torto, e pure abbastanza severamente: il tridente Insigne-Mertens-Lozano non si intende alla perfezione e il primo tempo del Tardini si rivela un disastro per il Napoli. Numeri e prime impressioni impietose: nessuno tiro in porta, palleggio sterile e tanti giocatori in difficoltà a trovare la posizione. Fabian e Zielinski tra i peggiori, ma anche il volonteroso Lozano messo in imbarazzo quando gli veniva chiesto di attaccare la profondità non alla sua maniera, sprintando col pallone e superando l’avversario magari anche in maniera fortunosa (vincendo per esempio dei rimpalli), ma alla Callejon, giocando sul filo del fuorigioco, un po’ a nascondino, esattamente come lo spagnolo, che splendidamente sbucava alle spalle di tutti con una serie di scatti e contro-movimenti. La musica è cambiata non quando qualcuno di questi è stato sostituito, ma quando Gattuso ha tirato finalmente fuori il coraggio di cambiare, togliendo un centrocampista, Demme (forse tra i più positivi della prima frazione), ed inserendo un attaccante, il centravanti, quello che proprio lui – l’ha confessato nel post-gara – ha tanto voluto, e che ha di fatto cambiato la storia di Parma-Napoli. Non segna, ma fa segnare, e soprattutto impensierisce, in pochissimi minuti, la difesa di Liverani molto di più di come non avesse fatto il tridente titolare nei precedenti sessanta minuti: Osimhen entra ed il Parma si intimorisce; improvvisamente comincia a sbagliare di tutto la formazione di casa, a non capirci più nulla dello stravolgimento tattico operato dagli ospiti.

Il vantaggio di Mertens, infatti, pur essendo per gran parte merito del belga, che è lesto a raccogliere il rimbalzo e battere a rete di prima intenzione trovando l’unico angolo vincente, arriva per un motivo solo, ben preciso: la presenza di Osimhen al centro dell’area ha spinto tutto il pacchetto arretrato del Parma a concentrarsi sul numero nove del Napoli, che pur senza toccare palla tiene impegnato il difensore che, disturbato dal mancato intervento di testa del nigeriano, respinge in maniera maldestra e regala un assist involontario all’avversario.

Il Napoli passa così, con una mossa auspicata, semplice ma necessaria, essenziale: il passaggio al 4-2-3-1 ed il contestuale ingresso di un vero centravanti, che conosce i movimenti della prima punta, che fa a botte col difensore di turno, lo costringe all’errore. Un gol lo sfiora e l’avrebbe pure meritato per la straordinaria determinazione con la quale impatta con un campionato nuovo, e per poco non riesce a far segnare prima Insigne (palo) e poi persino Di Lorenzo: due sponde, spalle alla porta, utili a far salire la squadra, una di queste anche spettacolare (colpo di tacco), a dimostrazione che tecnicamente non è male pur non essendo quella la sua caratteristica migliore.

 

Mertens si allarga sull’esterno – è una sua abitudine consueta – e svuota l’area di rigore avversaria: non avendo centrocampisti bravi ad inserirsi, che qualche volta occupino il posto dell’attaccante che si defila, il Napoli si è spesso trovato costretto a ricominciare daccapo delle azioni che con un terminale offensivo fisso avrebbero potuto condurre ad un epilogo diverso. Invece il limite del Napoli che gioca con un centravanti atipico come Mertens, a cui piace svariare su tutto il fronte d’attacco, sapendo di non poter competere nei duelli fisici con l’avversario, è che se non è brillante e ispirato negli uomini lì davanti fa fatica non solo a segnare ma addirittura a costruire delle vere palle gol. E questo ha agevolato moltissimo il compito del dispositivo di Liverani, che con un minimo di organizzazione difensiva ha disinnescato le intenzioni della squadra di Gattuso, che la partita l’aveva preparata soprattutto sulla sorpresa Lozano, contando sul fatto che con la velocità del messicano e la spinta di Di Lorenzo potesse costringere Pezzella ad un incessante lavoro difensivo che gli avrebbe tolto qualche energia preziosa in fase di spinta. Così non è stato, nel primo tempo Pezzella ha vinto quasi tutti i duelli con Lozano ma soprattutto è risultato molto più performante ed efficace quando l’ex Psv, poco propenso al sacrificio, gli concedeva ampia libertà di arrivare sul fondo e crossare.

 

Situazione diametralmente opposta nella ripresa: l’area è piena ed anche lo stesso Lozano è stato più incisivo. Determinante Osimhen che, a differenza di Mertens, è un centravanti meno di raccordo con il centrocampo ma più diretto verso la porta; in area ci sa stare, si sbraccia e può anche colpire di testa grazie ad un’importante stazza fisica. Ma Osimhen non gioca per sè, anzi ha avuto lo straordinario merito di aver migliorato, appena entrato, l’intero reparto di Gattuso: anche Insigne ha potuto contare su un attaccante con cui dialogare, come dimostrano questa fattispecie ed il palo colpito qualche attimo dopo. Segnali più che incoraggianti circa il fatto che un centravanti di ruolo il Napoli l’abbia finalmente trovato dopo diversi anni. E l’aspetto ulteriormente interessante è l’incidenza nella gara di Osimhen: pochi giocatori riescono a cambiare le sorti di un match e la fisionomia della propria squadra così velocemente. Se il Napoli di Sarri asfissiava gli avversari con gli automatismi collaudati del collettivo, il Napoli di Osimhen – ‘osimheniano’, direbbe De Laurentiis – può farlo non più di reparto ma grazie alla forza e alla voglia di mangiarsi l’erba del singolo.

 

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