RESTIAMO CALMI E VOLEREMO IN ALTO

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Come un sismografo sulla faglia di Sant’Andrea a Los Angeles. O, se volete, come un termometro che assaggia prima il fuoco ardente di una brace e poi si cala nel gelo di un freezer. Napoli è così, prendere o lasciare. Uno o novanta. Il giorno e la notte. Oggi si esalta per nulla e fa quasi tenerezza. Domani si deprime per meno ancora, e fa solo rabbia. Vizi e virtù di una città unica. Uguale sempre, nel sociale come nello sport. Solo venti giorni fa sembrava in estasi. Paralizzata aspettando il derby con l’Avellino. Per le strade non si parlava d’altro. Code ai botteghini, San Paolo gremito, il nome di De Laurentiis scandito ad alta voce, Ventura neo seminatore d’oro, Marino con l’aureola in testa, Abate in nazionale. Questo, soltanto poco più di due settimane fa. Da allora è passato niente. Tuttavia, pare un’eternità. Certo, qualcosa è cambiato, ma niente di sostanziale. Credete. Niente che giustifichi ciò che sta accadendo: passeggi per strada ed è un bisbiglio continuo: "Ma Ventura è all’altezza?", "Ma dove va sto Toledo, non salta nemmeno i birilli", eppoi: "Se il presidente non caccia i soldi, a stento ci salviamo". Insomma, è bastato un passo falso e mezzo ed è tornato ad imperare il pessimismo. Si dirà, nulla di nuovo. Napoli è così. Sarà pure, ma forse è il caso di darsi una calmata. Per carità, nessuno discute: la città è stanca, non ne può più, ha sofferto troppo e via così fino all’infinito. Ma un pizzico di sano realismo ed un po’ di pazienza pare dovuto. Tranquilli, non tiriamo fuori alibi ormai triti e ritriti, tutti abbiamo già scritto e detto della condizione fisica precaria, di una squadra messa su in quattro e quattr’otto, di una società novella e via dicendo. Tanto meno vogliamo dare tempo a chi di tempo non ne ha. Però, andiamoci calmi. Questo Napoli, bistrattato e malconcio, è a soli sei punti dalla vetta; a metà di una classifica che non mette ansie né fretta, soprattutto dopo un malloppo di giornate di campionato che hanno detto poco e niente. Siamo chiari, se qualche punto è stato perso per strada è più per sbadataggine nostra che altro. Nessuno, fino ad ora, ci ha messo sotto. Solo a Reggio, siamo stai infilzati e sappiamo il perchè. I punti persi a Fermo e col Chieti hanno lasciato ferite grondandi ma anche una certezza: trovato un certo equilibrio, tattico e psicologico, questa squadra vince il campionato a mani basse. Certo, condividiamo. Non siamo né belli né irresistibili. A metà campo manca qualità, in difesa non c’è un piede veloce e l’attacco latita in zona gol. Ma non siamo messi male. O, per meglio dire, gli altri non stanno meglio di noi. In giro, non ci sono squadroni. E quelli che tirano il gruppo, hanno già l’affanno di chi sta facendo l’impresa storica, quella di tenere dietro il Napoli. Chiariamo: non vogliamo fare gli ottimisti sempre e comunque. Chi ci conosce sa. Però, adesso come adesso, basta aspettare un po’ e vedremo i frutti della semina. Magari già domenica col Benevento. Sulla carta è partita tosta. Quelli che sanno, lo chiamano derby. Quelli come noi, no. Sarà pure snobbismo, sarà altezzosità da napoletani, però che Napoli-Benevento sia un derby proprio non ci sta. Né nella storia, tantomeno nella rivalità. Diteci un po’: chi, prima di questa sciagurata retrocessione, ha mai considerato i sanniti nemici (sportivi s’intende). E chi, per strada, ha mai incontrato un beneventano e l’ha preso in giro perché la domenica precedente ha perso. Magari a Giulianova. Il derby è cosa vera, sentita e genuina. E’ roba che sta nel Dna. A Napoli, di derby, non ce ne sono. Nemmeno con la Salernitana, sentito solo là, perché storicamente costretti a guardare. Ed allora, godiamoci la partita, esigiamo la vittoria, ma stiamo tranquilli: anche questo Napoli, imperfetto e criticabile, farà il suo dovere.

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