LAVEZZI A SPORTWEEK: "NON AVREI MAI IMMAGINATO DI FARE IL CALCIATORE A QUESTI LIVELLI, VORREI VIVERE SOLO UN GIORNO DA PERSONA NORMALE"

Ezequiel Lavezzi viene intervistato da Sportweek, inserto della Gazzetta dello Sport. Ecco quanto segnalato:

Lei ha una fondazione, Ninos del Sur, che aiuta i bambini del posto.

"È mio fratello a portarla avanti, l'unica cosa che faccio io è dare dei soldi e tenermi informato sulle attività.Ospitiamo 40 bambini che hanno vissuto in mezzo alla miseria, alla violenza, alla droga. Da noi studiano, fanno sport, sono seguiti da psicologi. Cerchiamo di fargli capire che esistono modelli di vita diversi da quelli cui sono stati abituati".

Come ha scoperto il suo talento?

"Non è mai successo (ride). Non ho mai seriamente pensato che sarei diventato quello che sono. Mi ci sono trovato per caso, ho avuto anche un po' di fortuna. Se avessi dovuto scommettere sul mio futuro, il calciatore era la possibilità che avrei dato a meno".

E quando ha capito di aver sfondato?

"Dopo la stagione nell'Estudiantes, in Argentina, tra il 2003e il 2004. In estate venni acquistato dal Genoa, e, anche se tornai quasi subito a casa, capii che avrei vissuto grazie al calcio".

Che cosa le manca per essere Messi?

"Niente, credo. Lui ha le sue caratteristiche, io le mie. E comunque non ho mai cercato di assomigliare o di diventare uguale a un altro. Più che la gloria, io nel calcio cerco altro: imparare tante cose, crescere come persona".

I luoghi che le sono rimasti dentro?

"Parigi: bellissima. E Barcellona. Anche Napoli è molto bella, ma per noi calciatori è difficile visitarla a fondo".

Ci soffre?

"Non è questo. È che vorrei un giorno, uno solo, di normalità. Mi basterebbe. Vorrei uscire per una volta come una persona qualunque, prendere un caffè, fare una passeggiata con la mia donna, portare mio figlio al cinema senza bisogno di camuffarmi. Nascondermi. Scappare".

Quella volta che Yanina, cui avevano rubato il Rolex per strada, scrisse città de mierda su Twitter, fu lei a convincerla a ritrattare?

"No. Tornavo da una trasferta, e lei si era già pentita di questo suo sfogo. E mai si è permessa di chiedermi di andarcene da Napoli. Comunque, quell'insulto sarebbe potuto uscire pure dalla bocca di un napoletano. Uno scippo non è soltanto un furto: è un'offesa, un'aggressione. Ma qui pure i ladri sono tifosi, e certe cose a noi calciatori non succedono spesso".

Ma da allora è diventato più prudente, anche nei confronti delle persone che la avvicinano per conoscerla?

"Io cerco di non dare confidenza a nessuno. Mi sono però trovato lo stesso in difficoltà (a settembre è stato ascoltato dai magistrati che indagano su imprenditori accusati di riciclaggio, ndr). Ma io non chiedo alle persone di cosa vivono. Cerco di non fare agli altri quello che fanno a me: giudicare senza conoscere".

È vero che una volta, ancora ai primi tempi a Napoli, è uscito dall'allenamento nascosto nel bagagliaio della macchina di un compagno?

"È vero (ride). Ma avevamo vinto una partita importante, era un giorno di festa. Ti abitui, a vivere così. Non posso dire che sia bello tutti i giorni. C'è la volta in cui sono nervoso e non ho voglia che i tifosi mi vengano addosso per una foto o un autografo. Mi sforzo, ma forse non riesco sempre a fare il simpatico".

Ed è vero che Yanina (Screpante, 25 anni, argentina, ex modella) l'ha cambiata in meglio?

"Non credo. Sono cresciuto io, e quando uno cresce si rende conto che certe cose che faceva prima erano sbagliate".

Dunque, come passa il suo tempo?

"Quando posso, mi sveglio il più tardi possibile. Faccio colazione col mate, una specie di tisana alle erbe argentina. Dopo l'allenamento torno a casa:musica – rock ma anche cumbia del mio Paese – pochissima PlayStation… La sera mangio spesso fuori. I miei ristoranti? Il Faretto, Cicciotto, Regina Margherita…".

E non scoppia la rivoluzione quando la vedono entrare?

"Telefono prima. Passo da un'entrata riservata. E ho una saletta perme. Se resto a casa, cucino io l'asado, la carne argentina, per amici e compagni di squadra".

Suo Figlio Tomas che posto ha nella sua vita?

"Lo vorrei sempre qui. A maggio compie sette anni. È appena stato a Napoli per una decina di giorni, ma vive con la madre. Secondo gli accordi, posso vederlo tre volte l'anno qui da me, più le volte che vado io in Argentina".

Cosa fate, quando siete a Napoli?

"Giochiamo tanto a pallone in sala".

Che cosa rappresenta, per lei, Diego Armando Maradona?

"Quello che è per tutti gli argentini: un idolo".

E non si sente ancora pronto a indossare la sua maglia numero "10"?

"Mi tengo la mia "22". Voglio essere ricordato come Lavezzi, non come uno che ha ereditato la maglietta di Diego".

È meglio essere il numero uno a Napoli o il due o il tre a Milano?

"È un'esperienza, la seconda che ha detto, che non ho mai fatto. A Napoli sto bene e sono contento dell'affetto della gente. Se un giorno dovessi andare da un'altra parte, le potrò dire se qui era meglio o peggio".

Ma si sente un po' napoletano?

"No. Non mi sento napoletano. Se dicessi il contrario, sapendo che non è vero, mancherei di rispetto ai napoletani. Io sono argentino, orgoglioso di esserlo. Ma lo sono anche di giocare nel Napoli".

a.f.

 

 

 

 

 

 

 

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