La lunga quarantena di Lozano

È uno di quelli che in “quarantena” calcistica quest’anno c’è (quasi) sempre stato: non ha praticamente mai giocato con continuità, soprattutto con Gattuso. Voluto a tutti i costi da Caro Ancelotti che se ne era innamorato in occasione delle sue performance col Messico nello scorso Mondiale in Russia, Hirving Lozano è ancora un oggetto misterioso e che probabilmente, almeno in questa stagione, è destinato a rimanere tale. La quarantena – quella vera – l’ha condizionato ulteriormente: è anche sfortunato, perché forse proprio in questo periodo, con l’avvento della primavera e con un Napoli che auspicabilmente avrebbe puntato a blindare una posizione in Europa League e quindi senza altri grossi importanti obiettivi da raggiungere in campionato – al netto delle coppe -, un possibile outsider come lui avrebbe potuto ritagliarsi un spazio in più e provare a scalzare chi gli è davanti nelle gerarchie. Così non andrà: stante l’emergenza in corso, la ripresa delle attività rimane un miraggio. Più saggio, allora, cominciare già a pianificare un futuro, con o senza di lui. Difficile per il Napoli stabilire cosa fare: se cederlo in prestito per cercare di valorizzare altrove un investimento che altrimenti manderebbe momentaneamente in fumo circa 50 milioni di euro – l’acquisto più caro della storia, ricordiamolo sempre -, oppure decidere di puntarvi ancora con un grosso punto interrogativo, però. Dipende moltissimo da chi sarà il prossimo allenatore: veramente utopistico pensare che se Gattuso dovesse essere ancora confermato alla guida degli azzurri, Lozano possa diventare un punto fermo della squadra; in caso contrario, i giochi sarebbero aperti, fermo restando che il rischio che attualmente il messicano non abbia grossi estimatori nemmeno tra gli allenatori in circolazione è assolutamente concreto. Su Gattuso non abbiamo particolari dubbi: è sempre stato molto chiaro il tecnico calabrese ogni qual volta è stato interpellato sul mancato utilizzo del calciatore. Ne apprezza certamente le doti di velocista – ricorderete quando parlava di scatti, “ne farà 120 come al Psv”, disse – focalizzando dunque parecchio l’attenzione su un aspetto specifico delle caratteristiche tecniche di Lozano, che poi corrisponde anche alla sua dote migliore: quel poco che ci ha fatto vedere, specie ad inizio anno con Ancelotti, hanno raccontato di abilità da contropiedista, da scattista appunto, di uno che ha bisogno di tanto campo da attaccare davanti a sè, e che non è – tuttavia – affatto quel dribblomane che qualcuno aveva voluto farci credere. Palla al piede fa abbastanza fatica a rendersi pericoloso quando gli spazi sono stratti, se impiegato a destra peggio che andar di notte: è spesso costretto a tornare all’indietro, non essendo uno di quelli capaci di creare superiorità numerica, alla Cuadrado per intenderci; pertanto si fa fatica a collocarlo precisamente in una idea di calcio moderna dove non esiste più, ad altissimi livelli, la squadra che ad esempio punta esclusivamente a difendere basso e ripartire appena conquistato palla, cioè che fa catenaccio e basta. Lo stesso Napoli di Gattuso che, ultimamente, contro avversari d’un calibro superiore, ha tentato di adottare un atteggiamento più prudente, pur arretrando leggermente il baricentro rispetto all’idea con cui era partito non rinuncia comunque ad un calcio palleggiato una volta entrati nella metà campo avversaria: ed è lì che vengono fuori i limiti di Lozano, che non è certo che possa migliorare. I calciatori hanno delle caratteristiche ben definite, e per quanto possano crescere in prospettiva non gli si può mai chiedere di interpretare cose che non sono nelle loro corde. Abbiamo visto il fallimento di Ancelotti che è constato proprio in questo: un tentativo troppo ottimistico di cambiare la natura di alcuni uomini, pur giunti in una fase anagrafica e di carriera troppa matura per cambiare improvvisamente abitudini, posizioni e modo di stare in campo. Insigne è ad esempio l’opposto di Lozano: è uno che se incastrato in un sistema collaudato che esprime un calcio dogmatico, fondato sulla circolazione palla e sulla ricerca degli spazi con triangolazioni e scambi fa la differenza; se al contrario, viene collocato in un contesto di campo largo, di squadra lunga che punta tutto sulle individualità dei singoli, che pratica un calcio diretto e verticale, e che gli chiede di fare l’attaccante puro e di segnare tanti gol come un centravanti, rischia di essere un problema. Tecnicamente, quindi, Lozano non potrebbe nemmeno essere il sostituto “naturale” di Insigne. Potrebbe esserlo in un ragionamento tattico, invece, più ampio, che preveda in un certo tipo di partite il bisogno di ricorrere ad un giocatore diverso sulla fascia, con meno qualità ma più corsa per approfittare magari degli avversari soprattutto delle piccole squadre che tendenzialmente in un frangente in poi delle partite calano e possono perdere distanze, che diventando più blande non escludiamo lo favoriscano fino ad esaltarlo. Ma bisognerebbe chiederlo a Gattuso, che in quel ruolo gli ha concesso appena qualche manciata di minuti, nel finale di gara con il Lecce, quando oramai il risultato era già compromesso. Risponderebbe che davanti ha giocatori forti, più pronti, di cui si fida di più, ecco – aggiungeremo noi. D’altronde parliamo di gente che adora come Insigne, Mertens, che pure l’esterno a sinistra l’ha fatto e qualche volta potrebbe tornarci. Insomma, troppi indizi – mettiamoci anche il possibile rinnovo di Gattuso – lasciano pensare che l’eventuale affermazione di Lozano con la maglia del Napoli è da considerarsi rimandata a data da destinarsi.

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Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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