“Il dito contro”: Napoli, mala tempora currunt

Napoli è una città che sa essere madre amorevole ed al contempo terribile con i suoi figli, i quali sanno bene quanto la più cruda realtà della propria città si nasconda lì dove il sole non batte: le ombre a Napoli sono padrone silenziose, stanno negli occhi di chi ci vive e nei vicoli dove accanto alle effigi di Santi e Madonne spiccano ad ogni angolo bandiere azzurre, questo perché la seconda religione d’ogni figlio di Partenope che si rispetti è proprio il Napoli.

Storicamente il tifoso azzurro è sempre stato abituato a stringere i denti e a soffrire sugli spalti, “arrangiandosi” assistendo al lavoro di onesti operai fin quando a gettare luce non arrivò Diego Armando Maradona. Con l’arrivo del Diez, il tifoso napoletano è uscito dal suo stato di minorità “operaia”, per affacciarsi al tavolo delle grandi: ha lasciato i vicoli bui per un posto vista mare, abituando gli occhi e il cuore a vincere, poco, ma con bellezza e stile ineguagliabili. Napoli dal 1984 respira all’unisono con la propria squadra, vivendo i fatti ad essa legati come questioni personali di cui gioire o dolersi fino all’esasperazione, questo almeno fino a poco tempo fa: dopo lo scudetto sfiorato con Sarri in panchina – quando agli occhi del mondo Napoli città e Napoli squadra si muovevano come un sol corpo – qualcosa s’è rotto; e come spesso accade sotto al Vesuvio, ci è voluto del tempo per rendersi conto di quale fosse la verità nascosta nell’ombra e perché questa esplodesse in tutta la sua potenza.

Appena una settimana fa si giocava la terzultima gara del girone di Champions contro il Salisburgo, se il Napoli l’avesse vinta sarebbe giunta la qualificazione con due turni d’anticipo e invece vittoria non è stata ed il malcontento che serpeggiava nei giorni precedenti alla sfida con gli austriaci è diventato caos.

Il presidente De Laurentiis aveva indetto – all’indomani della sconfitta con la Roma – un ritiro, “accettato ma non condiviso” da Ancelotti e che i giocatori azzurri hanno disertato, ammutinandosi alle direttive societarie dopo la partita con il Salisburgo.

Questi sono i fatti, gli unici a cui possiamo appellarci considerando che di retroscena e di conseguenze non sappiamo nulla; la società ha deciso per il silenzio stampa e mentre il Napoli sprofonda c’è Partenope a svegliarsi ogni mattina con una nuova nevrosi: un giorno è Insigne “Masaniello”, l’altro è il vicepresidente che insulta tutti, quello dopo ancora è magari Allan il cattivo contro cui puntare il dito.

In questa sede risulta veramente difficile capire dov’è che stanno le colpe di questa strana storia, ed è soprattutto complesso trovare risposte visto il già citato mutismo dietro cui la società s’è trincerata. Se Napoli squadra  ammutolisce, in città il vento soffia talmente forte da buttare giù le porte: innumerevoli sono state le manifestazioni – per lo più pacifiche – della tifoseria che ha chiesto rispetto, per due semplici motivazioni ovvero essere quelli che permettono alla società di esistere e che di fatto pagano le loro prestazioni, come uomini prima che come calciatori.

Per questa ragione la speranza è che i due fatti incresciosi – una rapina in casa ed un furto in auto – che hanno coinvolto le famiglie di Allan e Zielinski, non siano collegate direttamente all’ammutinamento degli azzurri ma purtroppo nel clima assurdo che s’è creato per le scelte di alcuni – come spesso succede a Napoli – ad approfittarne è una parte di quella Partenope che dall’ombra in cui è nata non uscirà mai.

Purtroppo, il dato inoppugnabile è che la catena che legava squadra e città ormai si è spezzata e la società, nella persona di Aurelio De Laurentiis, non tranquillizzando l’ambiente con il gioco del silenzio messo in atto non fa altro che soffiare su un fuoco che rischia seriamente di distruggere tutto.

Ad avere metaforicamente in mano l’estintore, dovrebbe essere colui che allena la squadra e che oggi a Napoli risponde al nome di Carlo Ancelotti: lui non è né pompiere né incendiario, semplicemente si limita a galleggiare nei suoi schemi e convinzioni, col figlio accanto, in attesa di qualcosa che a noi esterni, tifosi e giornalisti, non è dato conoscere.

Il consueto dito contro di questa settimana punta dritto a quella crepa – che appare oggi insanabile – tra il Napoli e i suoi tifosi, con la speranza che arrivi una notizia anche flebile che possa placare gli animi e tornare ad immettere un po’ d’amore nelle vene di una città visibilmente stanca.

Perché Napoli da quando ha conosciuto il “Dio” del pallone è ancor più devota, è un posto in cui sacro e profano si mischiano continuamente e dove s’è imparato che può passare un secolo ma il miracolo prima o poi accade. Al tempo – in un maggio ormai troppo lontano – il miracolo fu portare Partenope sul trono d’Italia; oggi ci accontenteremmo di vedere questo Napoli rialzare la testa per uscire fuori dal baratro in cui s’è cacciato da solo.

A proposito dell'autore

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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