“Il dito contro”: Arbitri, umani troppo umani

“Ancora tu e non mi sorprende lo sai” , ci serviamo di questo inciso di uno dei brani più famosi di Lucio Battisti per affrontare l’argomento di questa settimana: gli arbitri e il loro utilizzo “a singhiozzo” del fischietto e della tecnologia di supporto VAR.

Non sorprende purtroppo dover ancora una volta focalizzare l’attenzione sull’operato degli arbitri – che con le nuove regole dovrebbe assumere carattere “scientifico” – ma che risulta sempre più soggettivo che oggettivo. Al centro di questa analisi finisce inevitabilmente la partita di sabato pomeriggio quella disputatasi tra Atalanta e Juventus, gara vinta per tre reti ad una dai bianconeri: niente di nuovo sotto al sole di un campionato che vede la Juventus “programmata” per starsene ben salda alla testa della classifica da ormai quasi un decennio. Tuttavia le modalità in cui sono riusciti a strappare i tre punti dalle grinfie di un’indomita Dea, non può non gettare delle ombre su una squadra la cui forza e capacità sono indubbie ma che pare essere indenne ai richiami e alle decisioni degli arbitri, stesse decisioni che su altri campi e con in gioco altre casacche vengono prese anche in maniera troppo precisa e puntuale.

Allora il dito da puntare questa settimana non vuol essere contro la squadra di Sarri, piuttosto contro gli arbitri che con scelte come quelle di Bergamo mettono in discussione l’effettivo valore dei bianconeri, privandoli della possibilità di vincere senza lasciare agli altri il dubbio che loro i tre punti alla fine dei novanta minuti non se li meritino mai del tutto.

L’Atalanta reclama un rigore a favore e protesta sul goal di Gonzalo Higuain viziato da un fallo di mano di Quadrado, non sanzionato dal direttore di gara. I bergamaschi fischiano e la squadra si ribella, mentre mister Gasperini – il quale non ha mai mancato di lamentarsi in precedenti occasioni – dichiara nel post partita che alla fine quel rigore che avrebbe potuto ribaltare le sorti della sfida l’arbitro ha fatto bene a non assegnarlo ai suoi.
Come se ci fosse una sorta d’obbligo tacitamente concordato da più parti che quando si tratta della Torino bianconera degli arbitri non si può parlare?
Sarebbe inutile e controproducente andare a sviscerare nel dettaglio quanti sono stati – grazie alle scelte opinabili degli umani arbitri – i “favori” per i ragazzi di Maurizio Sarri, anche perché il gioco del calcio ci piace pensarlo ancora pulito e privo di machiavelliche logiche oscure, ma non possiamo non rilevare quanto nella loro ultima partita e più in generale in questo campionato gli arbitri un po’ dappertutto stiano perdendo la bussola.

E non bastano dichiarazioni come quella del signor Orsato, il quale ha detto di non aver problemi a parlare “quando sbaglia”, piuttosto ci sarebbe da rendersi conto che sei arbitri su un solo campo di gioco sono evidentemente in troppi: se quello di porta non segnala un fallo al direttore di gara troppo lontano, se l’assistente non alza una bandierina, se chi è al VAR decide di diventare muto in un’occasione piuttosto che in un’altra.

Il punto è che dal momento in cui è stato introdotto il supporto tecnologico della VAR, s’è pensato potesse essere la risoluzione ad alcuni scheletri che bussavano a giorni alterni alle porte della serie A per arrivare alla fine, a ritrovarsi con lo stesso problema – visto che comunque gli arbitri sono umani e plasmano un po’ come vogliono il regolamento  – cioè quello di mettere in discussione la loro buonafede perché applicano il criterio della discrezionalità, scelgono in base al loro personale, umano e fallibile “sentire”.

Allora di cosa ha bisogno questo campionato per scrollarsi la polvere di vecchi fantasmi e per sfuggire alle critiche quando si parla degli uomini di giallo-nero vestiti?

Una reale soluzione, in questa sede non si può fornire, ci si limita a puntare il dito a quello che pare essere il cuore della questione: è meglio avere un solo sceriffo sul campo che sia pronto a rimboccarsi le maniche ed ammettere le proprie defaiances o “quattro amici al VAR” che discutono e non saranno quasi mai d’accordo sul da farsi? Del resto, in ogni campo del vivere civile, mettere d’accordo tante teste è difficile e oggi più che mai per il sistema calcio -per come ci piace immaginarlo, cioè come sport pulito e scevro da machiavelliche e oscure logiche – ci sarebbe bisogno di una sola faccia e di una sola legge a cui poter fare riferimento.

A proposito dell'autore

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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