“Il dito contro”: Ancelotti, via la corona!

Il re è nudo, in tutte le sue falle e fragilità. Il re è nudo, ormai svestito di tutti i suoi pomposi ideali e titoli. Il re è nudo, davanti all’evidenza di quello che ormai ha tutti i tratti del conclamato fallimento.

Per la consueta rubrica settimanale, non si può non “puntare il dito” all’indirizzo di Carlo Ancelotti, invitandolo – con l’umiltà di chi nella vita fa semplicemente il mestiere di giornalista – a compiere una scelta di consapevole dignità: dimettersi.

Dimettersi perché quello splendido giocattolo fatto di simmetrie e verticalizzazioni feroci ed efficaci si è rotto, dimettersi non tanto per la classifica che vede lontano il Napoli dai proclami emessi ad inizio stagione, quanto per la condizione in cui squadra e città versano per star dietro ai suoi cervellotici giochi di formazione e ai suoi silenzi: incomprensibile è stata la scelta di non parlare prima che scoppiasse il caos dell’ammutinamento e ancora più strane sono risultate le dichiarazioni post Bologna all’indirizzo di quelli che sono ancora, per il momento, i suoi ragazzi.

Accusati di non stargli dietro, di non comprendere le sue strategie e di non rispettare le regole da lui imposte.

Provando per un attimo a non rincorrere le responsabilità di calciatori profumatamente pagati per correre dietro ad un pallone, tentiamo l’arduo compito di vestire i panni dell’ “avvocato del Diavolo”: ma quali regole, quali schemi, quali ruoli, insomma quali sono stati gli editti ancelottiani  non seguiti dai calciatori?

Abbiamo visto in questi mesi il generatore automatico di formazione regalarci ogni settimana un gruppo diverso, fino a rischiare di trovare Milik in porta e Meret con in dosso la numero novantanove.

Abbiamo assistito all’annaspare senza volto e compito specifico dell’acquisto più oneroso degli ultimi anni. Abbiamo assistito alla delegittimazione – con storie e risvolti diversi – di due capitani in poco più di un anno, figli naturali e acquisiti di Napoli rigettati da fantomatici schemi di gioco e allontanati letteralmente e metaforicamente dalla fascia.

Assistiamo allo sgretolarsi partita dopo partita dell’immagine di calcio idilliaca costruita negli ultimi anni: il Napoli tutti lo rispettano ma nessuno ne ha più paura.

E Re Carlo cosa fa? Sta zitto prima e straparla poi, non è d’accordo col ritiro imposto dal presidente per poi stabilire, solo qualche settimana dopo, che in ritiro si deve andare perché l’ha deciso lui. Perché “lui” ha scelto e “Re Carlo non si discute”, questo è stato il leitmotiv del suo biennio in azzurro: impossibile da criticare e da contestare perché ha vinto tutto.

E allora c’è stata la damnatio memoriae per il suo predecessore – ex comunista con il Rolex – che a Torino vive bene ma non si diverte di certo come accadeva all’ombra del Vesuvio, poi c’è stato il “diamo tempo al Re che con il suo palmares, a differenza del provinciale sa vincere”, poi il mercato da dieci in pagella per finire a ciò che oggi abbiamo tra le mani: polvere e basta.

Perché con le ultime prestazioni – e ci inseriamo anche il buon punto di Anfield – s’affievolisce sempre più la fiamma della passione e ad ogni brutta gara va via un pezzo d’anima. Perché non vedere “per scelta tecnica” uno come Josè Callejon è un’offesa al cuore e all’intelligenza calcistica di uno che in campo ha dato tutto e fatto di tutto.

Sta rinunciando all’anima Re Carlo, come ha fatto già con Hamsik – che in ritiro c’è stato per tutta una vita – e come ha forse fatto con Raul Albiol facendolo sentire “vecchio” prima del tempo. Sta rinunciando al cuore e al pelo sullo stomaco che ci vuole per affrontare le situazioni difficili, quelle in cui sono i leader a salvarti il posto e la pelle, gli stessi che hanno sbagliato ma con cui ha perso di credibilità, tanto che gli parlano solo attraverso occhi e orecchie del figlio che glisi siede accanto in panca.

Carlo Ancelotti sta rinunciando all’anima e al cuore in nome di un orgoglio di difficile identificazione, con Napoli che rincorre nostalgica i fantasmi del suo recente passato, lui sta lì placido in panchina, nudo davanti a quello che ormai ha tutti i tratti del fallimento.

Questa monarchia è stantia, in questa sede a Re Carlo puntiamo il dito e sottilmente gli consigliamo di abdicare, dimettersi, dichiarare la resa. Con la stima per ciò che rappresenta ma che a Napoli non ha trovato realizzazione: che scelga cosa fare con consapevole dignità, del resto la storia insegna i re o abdicano oppure prima o poi vengono deposti.

A proposito dell'autore

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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