“Il dito contro”: Ancelotti, ormai il re è nudo

 

“Dov’è finito il Napoli” ?

Un leitmotiv che ormai sta diventando una di quelle musichette sinistre tipiche degli horror di bassa categoria quando sullo schermo c’è il protagonista di turno che sta per trovarsi faccia a faccia con un insospettabile assassino.

In questo film di inizio campionato il protagonista è il tifoso medio napoletano e da salvare c’è quasi più della vita: l’orgoglio di ciò che si è stati, la faccia e la pelle in una stagione che è appena ai titoli di testa ma di cui sembra già chiaro il finale. E l’assassino? Quello oggi ha il volto e il sopracciglio all’insù di Carlo Ancelotti.

Si perdonerà questo assolutismo, di certo l’allenatore di Reggiolo – qualsiasi sarà la conclusione per il Napoli di quest’anno – non meriterà l’ergastolo o il carcere duro ma è impossibile non rilevare quanto l’atteggiamento tenuto da parte sua dentro e fuori dal campo sia una sorta di pugnale che spacca in due  e mette a dura prova una moltitudine di elementi: le dinamiche del gioco dei suoi ragazzi, la tifoseria e qualche cuore ancora nostalgico dei tempi ormai lontanissimi che corrono come dispositive, dei dejà-vu in bianconero in quel di Torino.

Carlo Ancelotti a Napoli ci è arrivato per ripulire squadra e città da quel fumoso alone di provincialismo, per insegnare al popolo dei “Lazzari felici” come si diventa grandi. Lo scorso anno è riuscito a mantenere il secondo posto dietro all’irraggiungibile Juventus, è uscito contro il Liverpool – laureatosi poi campione d’Europa – e fatto poco e male contro realtà europee decisamente non all’altezza della squadra allenata dal Re di Coppe.

Alla sua corte sarebbero dovuti arrivare quei grandi cavalieri pronti a combattere al suo servizio e a quello della crociata azzurra: fare il salto di qualità, diventare maturi, crescere. Oggi come oggi è chiaro quanto siano le altre a saltare gli ostacoli, maturare e diventare grandi.

A Napoli il sole non riscalda più ed è nell’ombra che si è evidentemente nascosto il genio del tecnico vincente che è in confusione di idee,  di spirito e di pensiero. Le giustificazioni dello scorso anno non valgono più, Napoli come squadra è ancora un cantiere aperto – con più crepe che mastice per coprirle – e anche il Re sembra ormai “nudo” davanti all’evidenza: questa squadra, la sua squadra, non c’è. Per ritrovarla non bastano i proclami di una certa categoria di giornalisti che vorrebbe i tifosi allo stadio “a prescindere” dallo spettacolo per cui pagano e degli interpreti, non servono le parate di Meret o che venga raggiunto da Dries Mertens il record di Maradona nella classifica all time.

Non si può pretendere dai tifosi che seguano questa squadra al di là del bene o del male e non ci si può attaccare ai singoli – al di là del bene e del male – bisogna necessariamente rinascere, la parola a cui aggrapparsi non può più essere “ricostruire”. Perché quel gruppo osannato ad ogni latitudine d’Europa, protagonista di un film dall’amaro finale, oggi non esiste più: nel giro di due anni si è passati a girare scene senza senso, con attori stanchi ed evidentemente demotivati.

Sono solo coriandoli – o residui di una memoria che torna a tratti – stralci come il recupero dei tre goal alla Juventus o  la prestazione contro i campioni del Liverpool quando perdi il terreno sotto ai piedi con Torino, Genk, Brescia e Cagliari.

Uno che si chiama Carlo Ancelotti dovrebbe saperlo bene, mentre invece appare serafico e saldo sui suoi alibi e sulle sue posizioni: turnover ad oltranza ed appelli alla malasorte. Il Re si nasconde dietro ad un dito, mentre qui senza timore reverenziale di alcun tipo “il dito” è puntato al suo indirizzo: non per  una poco redditizia caccia al colpevole vista la classifica che langue, quanto perché uno come lui dovrebbe avere il coraggio di rilasciare un comunicato – lungo almeno la metà di quello di un paio di settimane fa sulla questione spogliatoi – per raccontare in maniera chiara quali sono i problemi con i quali convive e quali sono e saranno le soluzioni che pensa di adottare.

Invece sorrisi, piccole bugie e mezze verità quando servirebbe – prima di tutto ai ragazzi che allena – avere l’umiltà di leggere ciò che il campo racconta: il Napoli non c’è.

Il buio sembra aver avvolto i cuori e le gambe degli azzurri e se non si fa presto, lo spettro di una terribile annata diventa sempre più tangibile, se le cose andranno nel modo in cui sembrano essersi incanalate ci troveremo al cospetto di un horror da premio Oscar.

Allora in questa ipotetica sala cinematografica dove si trasmette il campionato di serie A 2019/2020 a Re Carlo avremmo da dedicare una piccola considerazione-recensione: si sbrighi a fare i conti con se stesso e i suoi uomini, ad aggiustare quello che tutti ricordiamo come un meraviglioso giocattolo perché a passare da “Salvatore” a boia il passo è veramente tanto – e fa male dirlo – breve, anche per uno come lui.

A proposito dell'autore

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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