IL CAPITANO CONDANNATO

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Se ne è andato alla chetichella, così come era venuto. Ha detto la sua, non poteva esimersi dal farlo, salutando la città senza rancore. Questione di feeling mai nato, e nella vita può capitare. I numeri non l’hanno aiutato: quattro vittorie, sei pareggi e otto sconfitte. Ma non è stata (soltanto) colpa sua.

Di Roberto Donadoni tutto si può dire, ma non si può negare che sia una persona seria e integerrima. Si dirà: nel calcio non basta, non può bastare, a meno che venga a mancare il principio di coerenza che dovrebbe governare ogni cosa umana. A Napoli, nel caso di Donadoni, questo è successo. Gli fu fatto firmare un triennale, contratto paradigma di fiducia estrema, senza per questo metterlo nella miglior condizione per lavorare. Perché al suo fianco aveva un dirigente plenipotenziario che non lo voleva, e che non lo ha certo agevolato. Prova ne sia l’ennesimo mercato sbagliato, non avallato da un tecnico che non sapeva fino a che punto avrebbe potuto esporsi. Sentiva che il direttore comandava ancora tutto, e che il presidente osservava ma non agiva. Ha lasciato che troppa acqua passasse sotto i ponti, fino a quando la sua nave ha cominciato ad affondare.

Dopo il naufragio l’armatore ha fatto fuori tutti, senza salvare neanche il comandante. Che avrebbe meritato qualche altra chance, perché guidava un equipaggio oppresso. L’anno scorso aveva ereditato una barca alla deriva, popolata di mozzi anarchici. Ha provato a dettare le regole, quando la tempesta era ormai inevitabile e serviva soltanto un po’ di buonsenso e coraggio per affrontarla limitando i danni. Ci è riuscito, perché fare meglio era straordinariamente difficile. Guadagnata la banchina, non è riuscito a tappare i buchi. L’armatore ha disdegnato alcuni suoi preziosi consigli, riaffidandogli una barca ancora pericolante e che ben presto ha ripreso ad imbarcare acqua da tutte le parti. A quel punto, lo stesso armatore ha presentato il conto a chi avrebbe dovuto aggiustarla, ma non ha risparmiato neanche chi, su quella barca, ci ha lavorato e vissuto sette mesi.

Donadoni non era un comandante navigato, e forse neanche un allenatore adatto ad una piazza come Napoli. Da allenatore ha poca esperienza: un po’ di C, un po’ di B, un po’ di A, un po’ di Nazionale. Non ha vinto nulla, ma in giro c’è di peggio e lui non è il più scarso. Il suo Napoli, a tratti, ha espresso un gioco piacevole, migliore rispetto a quello degli ultimi anni. Gli irrisolti equivoci tattici in relazione agli obiettivi (dove sono esterno sinistro, regista e centravanti?) sono stati la sua croce. Insieme al suo carattere: voleva fare il suo lavoro senza dare conto a nessuno, e alle prime difficoltà si è trovato contro il mondo intero. Fosse andato a cena con qualche “opinion leader”, forse sarebbe stato più difficile esonerarlo. Invece chi l’ha licenziato ha trovato terreno molto fertile, perché è stato dato in pasto all’opinione pubblica come l’ultimo dei fessi, lui che fesso non è.

Roberto ha commesso tanti errori, ma merita una stretta di mano ed una pacca sulla spalla. Chissà se farà carriera, ma Napoli rimarrà un’esperienza unica. Si dice che De Laurentiis si fidi molto della famiglia. Ora lo sa anche Donadoni: non capita a tutti di essere scelti da una zia ed essere cacciati da uno zio.

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