Diciamolo a chiare lettere: non si può tornare a giocare

Tutto è fermo per l’emergenza corona virus. Tutto è fermo da settimane per contenere la pandemia che sta travolgendo una grossa fetta di mondo, e la vita di tutti è in pausa forzata.

Il mondo si è fermato, chiusi: negozi, scuole e università, uffici e altre milioni di attività.

Tutto si è fermato e da qualche settimana anche il calcio, come giusto che fosse.

Da ogni parte d’Europa, a cominciare dal nostro paese, spuntano casi di calciatori positivi al virus – ultimo in ordine di tempo Dybala della Juventus – eppure si ha ancora il coraggio di pensare di tornare sui campi a prendere a calci un pallone.

Si ha questo coraggio, questa spocchia nei confronti del male che ha messo in pausa il mondo, di pensare ancora di poter  riprendere un campionato fermo da settimane. Anche se è stato deciso addirittura di rimandare di un anno gli Europei previsti per questa estate, alcune squadre di serie A hanno la presunzione di riprendere ad allenarsi.

Ha fatto dietrofront rispetto ai giorni scorsi Massimo Cellino, presidente del Brescia uno dei club delle città facenti parte dei maggiori focolai del COVID 19, di parere diverso paiono altri patron tra cui spiccano quelli di Lazio e Napoli, fatto che è motivo di indignazione non soltanto sportiva ma si dica a chiare lettere anche morale: in un momento in cui gli ospedali sono al collasso nel tentativo di curare gli ammalati, in un momento in cui quando un familiare muore si è impossibilitati a celebrarne il funerale, in un momento in cui milioni di persone fanno i conti con la possibilità di perdere il lavoro nel mondo del calcio si pensa per motivi economici e sportivi seriamente di tornare a giocare?

Siamo alla mancanza totale di contatto con la realtà.

Il mondo è fermo, in pausa forzata, non sappiamo per quanto tempo.

Milioni di persone fronteggiano non soltanto lo sforzo psicologico della quarantena ma dubbi e grosse perplessità sul futuro, sul tempo che verrà.

Anche nel calcio, i presidenti più imprenditori che uomini, dovrebbero fermarsi e riflettere su ciò che sarà dopo tutto auesto. Dovrebbero riflettere sul fatto che stare a casa è un impegno civile e sociale.

Rispettando calciatori, addetti ai lavori, allenatori.

Non si può e non si deve tornare a giocare fino alla fine di questa emergenza: meglio farci pace prima di subito.

La speranza per tutti è che si torni quanto prima alla normalità, una routine che sente la mancanza anche del mondo del pallone.

Tutti vogliamo tornare a scannarci, tra tifosi di squadre diverse per l’errore di un arbitro o un rigore sbagliato, l’unico modo per farlo è restare a casa. I calciatori per poter correre domani, i tifosi per abbracciarsi ai goal dei propri idoli, i presidenti per poter guadagnare ancora con il calcio.

Questo è il momento di stringersi sotto un’unica bandiera, per tornare alla vita normale e uscire da questo maledetto incubo.

Questo è il momento di svestire i panni di tifosi, presidenti e manager per tornare a essere uomini.

Il mondo è fermo, in pausa forzata: l’Italia sta chiamando per rispondere all’emergenza sanitaria, il resto del paese dalle officine ai campi di calcio deve fermarsi.

Con la speranza che ci siano tempi migliori, per tornare a stare a casa, ma per scelta personale, nei weekend di campionato per seguire tutti le nostre squadre del cuore.

A proposito dell'autore

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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