Corbo:”Con questo Mertens serve ancora Pavoletti? Condizione fisica ritrovata”

Nel trionfo di Mertens c’è il fondo un po’ amaro di rimorsi, dubbi, equivoci. Eccoli. Dopo l’infortunio di Milik, davvero il Napoli doveva disperarsi, inseguire un attaccante, chiunque fosse, magari Pavoletti? Nel primato dei gol (37 ieri, uno più della Juve) si nasconde una domanda. Perché la squadra che segna più di tutte è a 8 punti dalla Juve? Nella cascata di elogi su Sarri sfugge un motivo: ha solo un punto meno della Roma, fa giocare la squadra meglio, ma come mai Spalletti passa come il rivale di Allegri, e lui no?
Manca quasi mezzo campionato, c’è tempo per ribaltare favole e pregiudizi, ma il 5-3 di Napoli-Torino qualche risposta può darla. Si consuma per la Sarri-band una domenica di dissennata grandezza, di imbarazzante superiorità atletica, tecnica, trattica, di sfrontata allegria. La seconda con 5 gol segnati. Ma succede qualcosa di esaltante e allarmante insieme: come chi impazzisce al casinò, accumula manate di soldi, non si guarda più intorno e se ne fa portar via una parte dal disperato che accanto perde di brutto. Si stradomina la partita e si regalano tre gol? I primi due da Reina, il terzo con un fanciullesco rigore.
Pari generosità l’ha avuta solo Mihajlovic verso il Napoli. Lo affronta con uno squinternato 4-3-3. Temendo la catena di sinistra, prova a bloccare Ghoulam. Avanza Zappacosta. Errore. Può riuscirvi un attaccante astuto, un mediano si fa prendere in velocità. Il Torino teme Jorginho, ma lo agevola: gli oppone lo smilzo e timido Valdifiori. Lascia poi fra le tre linee troppi spazi: li inonda il Napoli dilagando con la sua irresistibile velocità.
Il Napoli trae profitto dal dinamismo di Zielinski, e da due talenti finalmente compresi. Mertens si rivela non un ripiego, non un falso 9, ma un attaccante dal famelico istinto, un border-collie piccolo ma aggressivo. Era in staffetta con Insigne. Sprecato. I due sono simili ma diversi. Mertens è accecato dall’ansia di tirare. Insigne ha invece altra dote: sterza e fa l’assist lungo in diagonale. Ci si accorge ora che sono complementari: anzi, che intravvede il prossimo modulo. Insigne gioca nella scia della prima punta, al centro, non più sulla fascia occupata da Ghoulam. E Callejon non arretra più ma va spesso in tandem con Mertens ad aspettare i diagonali di Insigne. Sarri lentamente ritorna al suo primo amore: difesa a 4, tre mediani, un rifinitore (ad Empoli Saponara, qui Insigne), due punte. Finché non scoprono un antidoto alla nuova formula, avanti così.
Deve riflettere anche il Napoli. Ha recuperato una condizione formidabile, dopo il calo atletico che lo inabissò al settimo posto: risale al terzo. Ma dolpo un’ora prosegue la fase offensiva e chiude quella difensiva. Evidente lo squilibrio.
Tardivo il primo cambio: Diawara per Jorginho dopo un’ora, quando era già uscito Valdifiori per Lukic, e si agitava Iaco Falque al posto di Baselli. Il Napoli sostituisce Zielinski fermato dai crampi con Allan, giusto; ma lascia in campo l’affannato Hamsik, andava costituito con Rog. Se non ora, quando? Si preferisce invece Giaccherini al posto dell’imbronciato Insigne. Cambio superfluo, senza dimenticare che Gabbiadini nel giorno del trionfo viene di nuovo murato in panchina. Ma quei 10 gol in due domeniche sono assordanti: un Napoli tornato grande non sente ragioni.

antonio corbo x repubblica

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