Ci ha messo il “faccione” (e non solo): i meriti di Gattuso che convincono De Laurentiis

 

Non è una sosta per le Nazionali, ma almeno per il Napoli un po’ è come se lo fosse: questa domenica gli azzurri “riposano” e allora quando non c’è di mezzo il calcio giocato, ecco che il bar dello sport, peraltro sempre più svuotato dal Coronavirus, impazza in merito a tutti gli argomenti extra-campo. Uno di questi è legato al futuro di Gennaro Gattuso: da giorni è un tema piuttosto caldo, interessante, soprattutto dopo l’ultimo incontro con Aurelio De Laurentiis. Interlocutorio, positivo – forse -, sta di fatto che se ne sta parlando. E non era così scontato che dopo i disastrosi risultati del primo mese, Gattuso potesse arrivare a ridosso della primavera a sedarsi al tavolo col patron a giocarsi le sue carte.

De Laurentiis ha un fiuto particolare con gli allenatori, ne ha sbagliati appena tre – inutile menzionarli, li conosciamo – in più di quindici anni di Napoli, e soprattutto è attento e riconoscente quando bisogna premiarne un’eventuale riconferma: non è un passaggio banale il fatto che abbia voluto incontrare Gattuso per rinnovargli la fiducia. In passato, non sempre gli è andata bene: ad esempio c’è stato chi gli ha dato del “due di picche”, è successo con Mazzarri e Sarri, che respinsero l’ultimo rinnovo avendo già maturato decisioni diverse. Ma in generale, non si può di certo accusarlo di scarsa tempestività: quando decide di voler rinforzare e proseguire un rapporto, è un uomo più concreto di quanto si pensi – l’ha dimostrato con Mertens, sul quale s’è fatto un gran vociare, ma nel momento in cui si è preso lui la scena quello che a detta di tanti sembrava un addio praticamente certo si è improvvisamente trasformato in un nuovo, assai probabile, matrimonio.

Un coup de théâtre che indubbiamente fa scena ma che allo stesso tempo presenta come tema di fondo una voglia enorme di praticità, un concetto che Gattuso ha cominciato a ritenere centrale nel suo progetto una volta preso atto che proseguendo in una certa direzione avrebbe rischiato di commettere disastri maggiori rispetto ad Ancelotti. E sarebbe stato davvero improbabile, ma evidentemente non si era del tutto reso conto del “guaio” nel quale si era infilato, più grosso della sua breve esperienza da allenatore. Nemmeno un tecnico navigato e scafato come Ancelotti era riuscito a ricostruire uno spogliatoio che era diventato una polveriera: tutti contro tutti, multe da pagare, una classifica critica, pericolosa. Gattuso aveva tentato di riportare entusiasmo e fiducia tra i calciatori cercando di venire incontro alle loro esigenze tecnico-tattiche: troppi giocatori fuori ruolo e per questo scontenti, di conseguenza ha ottimisticamente pensato che bastasse riportare Insigne sulla fascia e tornare al 4-3-3 e come per magia sarebbe riaffiorato il meraviglioso Napoli di Sarri. Non era così: c’erano problemi più seri che andavano risolti. Innanzitutto l’assenza delle pedine giuste per farlo con criterio questo 4-3-3: il regista, su tutti, anzi due – metodisti.

Insomma idee immediatamente chiare, chiarissime: Gattuso l’aveva studiato da lontano, dalla tv il Napoli di Ancelotti, si era già accorto di alcune lacune piuttosto evidenti e prima di firmare avrà chiesto delle garanzie precise, con l’intento di ripristinare un’idea di calcio che ammira e che erroneamente ha tentato di scimmiottare. Ed il fatto che i sacrifici economici stiano ripagando sul campo – exploit di Demme, che ha immediatamente dato un un senso allo sconclusionato centrocampo di Ancelotti, oltre al “timido” Lobotka che pian piano si sta facendo largo – non avranno che potuto gonfiare il petto di De Laurentiis, soddisfatto delle dritte – corrette – del suo allenatore in sede di mercato: aspetto – tra l’altro, uno dei tanti – rispetto al quale Ancelotti, ad esempio, aveva incredibilmente fallito, deluso la fiducia di De Laurentiis, nonostante la sua esperienza anche da allenatore-manager, abituato a partecipare attivamente alle campagne acquisti; toppando l’intuizione Lozano, che ha voluto a tutti i costi anche a discapito di un altro tipo di giocatore, il centravanti, che invece rappresentava uno sfizio del presidente, non una priorità del tecnico, il rischio di ritrovarsi un De Laurentiis chiuso a riccio e restio ad accettare nuovi suggerimenti dagli allenatori era assolutamente ipotizzabile.

Condivisione strategica, quindi: Gattuso e De Laurentiis hanno superato alla grande la prima sessione di mercato vissuta insieme. De Laurentiis ha investito a scatola chiusa, all’interno di un Napoli che all’epoca rischiava persino di dover lottare per non retrocedere e che sino ad oggi non ha alcuna certezza di partecipare ad una competizione europea anche il prossimo anno; di contro, onore e merito alla personalità di Gattuso che prima di dimostrare eventualmente qualcosa si prende la responsabilità di imporsi con coraggio e convinzione. Non sembrerebbe che gli sia stata chiesta la Champions: d’altronde non sarebbe stato “giusto” considerare il raggiungimento o meno del quarto posto come unico parametro di valutazione per giudicare l’adeguatezza di un allenatore subentrante che per raddrizzare una stagione dannata avrebbe dovuto in primis apporre rimedi ad errori sicuramente non suoi, che riguardavano la costruzione di un organico sopravvalutato nel parco giocatori storici rimasto e nelle potenzialità degli acquisti. Roma e soprattutto Atalanta sono ancora troppo avanti, non si può chiedere a Gattuso di incidere sui risultati delle altre. I suoi li sta ottenendo, specie quando ha scelto di entrare nell’ottica che un gol segnato in più ed uno subito in meno fossero più importante di un passaggio o un punto in percentuale in più da aggiungere alla voce possesso palla: accantonata un’idea di calcio in quel momento ambiziosa – per quanto sia nelle corde di un gruppo storicamente abituato al Sarrismo, una delle espressioni teoretiche più vicine alla filosofia originaria di Gattuso -, sono arrivate vittorie contro Juventus, Lazio e Inter in Coppa Italia, cinque successi di fila in campionato al netto dello stop inaspettato con il Lecce, una brillante prova con il Barcellona; accompagnate da prestazioni di grande livello di concentrazione e solidità difensiva, in attesa di migliorare le performance offensive, ma quelle passano soprattutto per le giocate tecniche dei singoli che spesso sbagliano l’ultimo passaggio o il tiro in porta, dunque non sono quasi mai ascrivibili a situazioni tattiche particolari.

La gente è tornata allo stadio, a tifare, ad emozionarsi, a credere nella stessa squadra che il giorno dopo l’ammutinamento veniva sbeffeggiata, umiliata. Gattuso ha sempre messo se stesso davanti a tutti, fungendo da scudo quando le critiche continuavano a piovere verso una presunta scarsa professionalità dei calciatori: si è messo in discussione, ad un certo punto ha rischiato di dimettersi dopo aver toccato il fondo nel ko interno con la Fiorentina. Ci ha messo il faccione: in conferenza mai banale e puntualmente sincero, schietto. Ha convinto per saggezza e impegno: tutte forze impiegate per raddrizzare una barca praticamente da solo. Il miglior traghettatore possibile. Sono questi gli allenatori di campo, troppo spesso ridotti a rivedibili figure mitologiche di uomini in tuta e falsi rivoluzionari: arrivano al popolo e quando si crea una certa alchimia squadra-ambiente ci sono piazze come Napoli capaci di dare il meglio di sé. Mazzarri e Sarri docent. Musica per le orecchie di De Laurentiis, che è pure scaramantico e con Gattuso potrebbe proseguire la tradizione: l’outsider che parte in sordina e si fa voler bene, letteralmente.

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