Vanno bene i talenti, sopratutto se giovani e di belle speranze, ma sono sinonimo di successo? Nel calcio moderno, bisogna porsi un interrogativo: Per le società, vincere, significa collezionare trofei o portare quanto più denaro possibile nelle casse? Gli allenatori sono condizionati da questa logica? Aspettare un giovane, dandogli il tempo necessario per crescere, e buttarlo nella mischia solamente quando si è sicuri della maturazione (sotto tutti i punti di vista) del ragazzo, è troppa prudenza da parte dell’allenatore, o è una cosa simile a quanto detto precedentemente?
Prendiamo due calciatori della rosa azzurra: Milik e Rog. I due talenti giovanissimi, rispettivamente classe 94 e 95, provenivano da due campionati certamente inferiori alla Serie A, entrambi stranieri, non conoscenti della lingua italiana, e nessuno prima dello scorso anno aveva mai mangiato la mozzarella di bufala. Questi chiari esempi per dire cosa, che in alcuni casi si è forzati nell’inserimento di alcuni giovani e bisogna avere più prudenza con altri. Il polacco raccoglieva una eredità che pesava una tonnellata, ma è partito titolare, mentre il croato è stato utilizzato col contagocce (in stagione solamente 591 minuti giocati, 20º giocatore della rosa), seppur tutti abbiano ammirato in quei pochi spezzoni di gara l’enorme potenziale, forse anche chiuso da compagni di reparto più pronti di lui. Probabilmente gli sfoghi del patron alludevano proprio a questa vicenda, giustamente sono stati spesi fior fiori di milioni, e per un imprenditore non c’è cosa più irritante che vedere inutilizzati i propri investimenti.
In una vigilia di Champions League, un giornalista straniero chiese a Sarri se era più sicuro di vincere siccome la squadra avversaria era molto più giovane del Napoli, la sua risposta fu eloquente: “Non esistono giocatori troppi giovani o troppo vecchi, ma vanno distinti tra bravi e meno bravi”.
Il mister apprezza molto i giovani, sopratutto perché hanno più attitudine all’apprendimento. Rog è un potenziale fenomeno, da lui stesso ammesso, deve trasformare l’eccessiva foga agonistica in intelligenza tattica. Il croato ha sostituito più volte in nazionale un certo Luca Modric, mica uno qualunque. Ha tutte le carte in regola per disputare finalmente una stagione da protagonista, il suo primo anno d’ambientamento in una nuova realtà lo ha fatto crescere tanto. È un possibile crac, e chissà che non si riveli l’asso nella manica di questa nuova stagione.