Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, il modus vivendi della cultura spagnola

¡Hola!
Giocare nel nostro calcio non è mai stato facile per gli spagnoli. Di eccezioni alla regola ce ne sono state poche, comprese ovviamente quelle da noi viste negli ultimi anni a Napoli. Le stesse grazie alle quali, del resto, abbiamo potuto dare vita alla nostra feconda rubrica. Tuttavia si tratta di rarità, appunto. Tutto il resto è noia, o quasi. Soprattutto è una raccolta di storie singolari. Di grandi nomi discontinui nel rendimento, oppure venuti a svernare. Ma anche di interpreti promettenti, profeti in patria e mediocri nel Belpaese. Ed è proprio di loro che ci occuperemo di qui ai numeri di ‘Napoli Olé’ che seguiranno. Ad inaugurare la serie è un tipo curioso. Curioso per aver fallito in Italia dopo aver bruciato (troppo presto, forse) le tappe. Curioso per essere riuscito, bene o male, a trovare sollievo e gloria nei suoi ultimi anni di avventura. Stiamo parlando di Iván de la Peña, il ‘Piccolo Buddha’.

LA BENEDIZIONE DEL ‘BLANCO’ – Nato a Santander il 6 maggio 1976, Iván de la Peña López cresce respirando l’aria fresca del Barrio Pesquero, nonché il gustoso odore di frittura del ristorante “Los Peñucas” gestito dai familiari in Calle Marqués de la Ensenada. Il pallone lo attrae fin da piccolo: la madre gli dice di studiare di più, ma a cinque anni già gioca nella squadra di calcetto del Sotileza. I campi al chiuso non fanno per lui. Finisce ben presto alla ‘Escuela Municipal de Fútbol’ della città, scovato dal mitico maestro Laureano Ruiz, l’uomo che anni prima a Barcellona ha gettato le basi della Masia e del tiki-taka. Il mentore secondo il quale, per giocare bene a calcio, servono talento e piedi buoni e non occorre essere giganti. È il ritratto del piccolo Iván: bassino, tozzo, ma già dal piede vellutato e raffinato. Ruiz lo pone sotto la sua ala protettrice. Nell’estate del 1988, nell’intervallo di un torneo estivo tra Racing, Real Madrid ed Everton per l’inaugurazione del nuovo Estadio Sardinero, alcuni ragazzini della Escuela entrano in campo per una partitella: c’è anche lui. Lo adocchia impietrito nientemeno che il pilastro delle Merengues Míchel: “Come gioca quel ragazzino coi capelli a spazzola!“. Quello della giovinezza è il suo periodo più bello (lo dirà anni dopo), il periodo in cui, prima da centravanti poi da incursore, numero 8 sulla pelle prim’ancora che sulla maglia, diventa una piccola celebrità locale. Tanto da finire nel mirino degli osservatori del Barça. Il tutto complice una lettera mandata da parte di un tifoso cantabrico dei blaugrana a un’altra leggenda culé, Oriol Tort, anch’egli storico artefice del fecondo vivaio catalano. I buoni uffici di Ruiz nonché di Juan Carlos Pérez, segretario del Racing e altro ex giocatore azulgrana, fanno sì che l’affare vada in porto bruciando sullo scatto la pericolosa concorrenza madrilena. E così nell’agosto del ’91, a soli quindici anni, Ivan prende armi e bagagli e sbarca nella Ciudad Condal.

UN BUDDHA AL CAMP NOU – All’inizio degli anni ’90 la Masia è già la Masia, il settore giovanile migliore d’Europa e del mondo. Il serbatoio dal quale attingere i nuovi idoli del Camp Nou, gli eredi di quel Dream Team dominatore in Patria e nel vecchio continente. L’enfant prodige si fa rispettare anche a Can Planas. Dà del tu al pallone, in partita trova pertugi impensabili da infilare tenendo la boccia al piede, e ne costruisce di altrettanto incredibili per i compagni di squadra coi quali si crea immediatamente un clima cameratesco. Lo chiamano ‘Mini’, o anche ‘Lo Pelat’: a nemmeno vent’anni già si rasa i capelli a zero. La generazione di campioncini blaugrana venuta su insieme a lui (Roger García, Juan Carlos Moreno, Toni Velamazán, Quique Álvarez e Albert Celades) verrà ricordata come ‘la Quinta del Mini’, valida risposta catalana alla ‘Quinta del Buitre’ madrilena del decennio precedente. José Mari Bakero gli affibbia un soprannome da marchio eterno: ‘Pequeño Buda’, ‘Piccolo Buddha’. Carles Rexach lo monitora ben presto per il Barça dei ‘grandi’ e Johann Cruijff lo lancia in Liga il 3 settembre 1995 a Valladolid: 2-0 per gli ospiti, Iván segna la seconda rete. È nato un idolo dal nulla, fin da subito adorato dai tifosi. Un po’ meno dall’olandese, mai delicato a livello diplomatico, che in quei giorni a Catalunya Ràdio dichiara: “Può migliorare ancora, ma tecnicamente è mediocre: sa giocare solo di destro, mio figlio Jordi invece lo fa con ambedue i piedi“. Le malelingue dicono che il mister cerchi di agevolare la sua creatura, canterano privilegiato. Eppure il Profeta del Goal non teme di affidare spesso a de la Peña le chiavi del centrocampo nel suo 4-3-3, affiancandolo a Pep Guardiola e Luís Figo. Il piccoletto non si dimentica di segnare, oltreché di far sì che i compagni facciano altrettanto: 31 presenze e 7 reti nella Liga 1995-96. Cruijff dice addio alla panca, al suo posto giunge il grande vecchio Bobby Robson, e nel suo gioco d’attacco pratico ed essenziale il cantabrico si adegua alla perfezione. Guardiola crea davanti alla difesa, lui sulla trequarti coi suoi scatti perpetui e le sue raffinate geometrie, e al resto ci pensa il Fenomeno Ronaldo. Il Barcellona vince la Coppa delle Coppe. Poco tempo dopo sbarca al Camp Nou Louis Van Gaal e per Iván iniziano i guai. Il disegno tattico del futuro ‘Iron Tulip’, con i mediani atti a collaborare con resto della squadra e a sacrificarsi in fase difensiva, non può andare a genio a un anarchico come lui dal passo felpato e dal fisico di cristallo. Un fisico che, sopraggiunta l’età adulta, mostra crepe sino ad allora celate e adesso inaspettatamente evidenti. Il flessore della coscia destra cede tre volte quell’anno, parimenti al rapporto con il mister. Perde anche il treno per Francia ’98. Magra consolazione per lui l’eliminazione delle Furie Rosse al primo turno. Il Piccolo Buddha ha deciso di cambiare aria. Arrivano altri lidi nei quali professare il suo credo. Arriva la Serie A, il campionato più bello del mondo.

L’ILLUSIONE, POI IL CROLLO – E così in quell’estate bollente mette gli occhi su di lui la rampante Lazio del sor Cragnotti. Il patron della Cirio non bada a spese per potenziare il suo giocattolo: Mihajlovic, Stankovic, Salas, Sergio Conceição e, a fine agosto, il colpo di coda di Bobo Vieri. Oltre ovviamente a de la Peña, che arriva dalla Catalogna per 30 miliardi di lire insieme a Fernando Couto, di ritorno in Italia dopo la fortunata parentesi al Parma. Stratosferico anche l’ingaggio: 6 miliardi a stagione per quattro anni, il terzo più alto fino ad allora dopo quelli di Maradona e Ronaldo, (ex blaugrana come lui: sarà un caso?). Allo spagnolo dovrebbe toccare la parte del leone, al portoghese il compito di sostituire momentaneamente l’infortunato Nesta prima di fare poi da tappezzeria. Avverrà l’esatto contrario. Il Piccolo Buddha viene accolto con simpatia e calore a Formello: “Ahó, pare er Papa!“, “No, pare più er Duce” ironizzano i tifosi. Convinti che stavolta l’affare l’abbiano fatto loro, altro che gli Iván Helguera e César Gomez presi dalla Roma dodici mesi prima e falliti alla prova! Ma i supporters sono forse ignari delle opinioni non lusinghiere partorite a piè pari da Van Gaal e dalla stampa iberica sull’approdo del piccolo Buddha in Italia. “Ha solo 45′ nelle gambe: uno come lui non è in grado di resistere ai ritmi del calcio italiano“, dicono da Barcellona. I loro presagi si riveleranno certezza. Nel ritiro di Vigo di Fassa l’interessato continua a soffrire di noie muscolari. Peraltro, dinanzi ai facili entusiasmi di Cragnotti, Eriksson storce il naso: alla sua ‘zona velocissima’ uno come il cantabrico non serve. Eppure scintilla alla prima vera occasione: la Supercoppa italiana contro la Juventus. Quella vinta dalla Lazio al 93’ dopo un rigore inesistente concesso a Madama. Quella alla cui premiazione i bianconeri disertano. La notte di Torino rimarrà l’unica felice per il de la Peña biancoceleste. La discreta prova al debutto in campionato a Piacenza (una traversa per lui) è solo un fuoco di paglia. Gli infortuni lo frenano. Effettivamente i tempi frenetici del football nostrano non sono consoni a un libero pensatore dal ragionamento talvolta prolisso e dai piedi un po’ troppo simili a pennelli. Logico che in mediana Eriksson non gli trovi un posto decente, per di più con la concorrenza di Almeyda, Conceição, Stankovic e, malgrado i guai fisici, Nedved. Persino l’onesto mestierante Venturin lo sopravanza come riserva. Il cerchio per Iván si chiude quando il tecnico svedese s’inventa la mossa di schierare Mancini trequartista, e avalla l’arrivo di Attilio Lombardo nel mercato invernale. A fine stagione raccoglie la miseria di quattordici presenze e zero reti in campionato. A dir il vero un goal lo segna pure, in Coppa delle Coppe al Panionios. Ma è ininfluente ai fini del passaggio in semifinale. La Lazio trionferà a Birmingham sul Mallorca, al Villa Park lui non siede nemmeno in panchina: è già partita la caccia a un’anima pia che lo prenda con sé.

IDOLO DI CORNELLÀ – Vallo a trovare però qualcuno disposto a svenarsi non tanto per il cartellino, quanto piuttosto per l’ingaggio. Si fa avanti timidamente l’Olympique Marsiglia, appena sconfitto in Coppa UEFA dal Parma. Il club provenzale tuttavia non può concedersi spese folli, sicché la Lazio accetta la formula del prestito nella speranza di ritrovarlo pronto a riabilitarsi. Un benemerito corno. I ‘Dauphins’ navigano in cattive acque: in Champions fanno cilecca e a fine anno si salvano per il rotto della cuffia. In Europa de la Peña raccatta sette gettoni, in campionato appena dodici (cinque dal 1’) con una sola rete in un match perso a Bordeaux. Torna dagli aquilotti freschi Campioni d’Italia. Ma Llorenç Serra Ferrer, per anni responsabile della Masia e ora allenatore del Barcellona al posto di Van Gaal, si ricorda di lui e lo richiama a casa. E’ un’operazione-nostalgia inutile. Accanto ai vecchi Guardiola, Luis Enrique, Petit e Cocu ci sono anche i giovani leoni Gabri, Gerard e un certo Xavi: per Iván non c’è spazio. La stagione blaugrana scivola via senza vittorie, l’aereo per Fiumicino è di nuovo dietro l’angolo. Zoff accetta strenuamente di tenerlo in rosa, lui che tre anni prima, da presidente emerito, aveva cercato di dissuadere Cragnotti dal prenderlo. Lo farà giocare per 29’ contro il Torino, nella sua ultima partita da allenatore laziale. Saranno gli unici di tutta la stagione per il Piccolo Buddha. Il quale vive in quei mesi il mezzo gaudio di vedere fallire in biancoceleste il basco Gaizka Mendieta, ma questa è un’altra storia. Nell’estate 2002 arriva finalmente la cessione. Indovinate dove? All’altra metà di Barcellona, l’Espanyol. Ha ventisei anni e la sua carriera sembra già bruciata. Invece è l’inizio di una seconda vita. Lontano dai clamori e dalle pressioni, de la Peña diventa l’idolo dell’Estadi Cornellà-El Prat tornando a regalare quei numeri che pareva aver perso tra Italia e Francia. I blanquiblaus rimangono stabilmente in Liga, ma non solo. Arrivano quinti nel 2005, lo stesso anno in cui ‘Lo Pelat’ debutta in Nazionale a ventinove primavere. Nel 2006 trionfano in Copa del Rey contro il Saragozza qualificandosi per la successiva Coppa UEFA. Lì dove giungono finanche in finale, battuti solo dal Siviglia di Juande Ramos ai rigori. Il 21 febbraio 2009 Iván si toglie lo sfizio (e che sfizio!) di segnare una doppietta proprio al ‘suo’ Barça al Camp Nou. Gioie postume per lui, troppo tardive. Il 19 maggio del 2011, in una lacrimosa conferenza stampa, annuncia di appendere gli scarpini al chiodo: “In questi anni mi sono divertito da matti. Il cervello vorrebbe continuare, ma il mio corpo non ce la fa più”. Il destino lo rivuole a Roma: sull’altra sponda, quella giallorossa, come vice di Luis Enrique. Dopo un mese molla gli ormeggi: “Lascio per motivi personali”, dice, senza specificare quali. Oggi è agente di calciatori insieme al suo amico, nonché colonna blaugrana, Carles Puyol. E chissà se nelle sue nuove vesti, memore della sfortunata esperienza in riva al Tevere, saprà essere bravo consigliere verso chi vorrà comprare i suoi assistiti ….

¡Hasta la próxima!