Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, il modus vivendi della cultura spagnola

¡Hola!

Prendete il centrocampista spagnolo più forte del momento. No, non ragioniamo per eccesso né per difetto: il più forte davvero. Un mediano tuttofare, nel senso nudo e crudo del termine: pressing, interdizione, manovra, regia, inserimento in fase offensiva, talvolta anche dei goal. Fatelo crescere in un club che ogni tanto qualche soddisfazione ai tifosi la regala. Fatelo andare pure in Nazionale, ché la parte del leone la recita persino lì. Attendete che il valore del suo cartellino salga e metà del vecchio continente lo desideri con bramosia, disposta a svenarsi pur di assicurarsi un mostro simile. E che, tomo tomo e cacchio cacchio, arrivi il solito ‘ricco scemo’ (Giulio Onesti docet) italiano a sbaragliare la concorrenza con una cifra da far paura. Bene: una volta accaduto questo, sappiate che non ci vorrà nulla affinché il factotum della mediana assurga anch’egli al rango inglorioso di ‘bidone’. Il più costoso della storia. E ovviamente non solo per colpa sua. Chi l’ha comprato s’è scordato infatti di un piccolo particolare: leziosità, tocchi vellutati e lentezza mal si sposano con tatticismo, corsa e difensivismo. E così ne viene fuori un suicidio. Economico, giacché da allora in poi iniziano i guai per il club acquirente. E tecnico, in quanto il soggetto in questione non è più riuscito a superare lo shock. Ecco, questo è quanto. Detta in soldoni, questa è la storia di Gaizka Mendieta.

UN BASCO A CASTELLÓN – È un basco di nascita, Gaizka Mendieta Zabala, in quanto viene al mondo a Lequeitio (Vizcaya) il 27 marzo del 1974. Trascorre però l’infanzia da tutt’altra parte, e precisamente a Castellón de la Plana, nella Comunitat Valenciana. Il padre Andrés, infatti, dopo un’onorata carriera (ha partecipato con l’Olimpica spagnola a Messico ’68) spende i suoi ultimi giorni da portiere nel club bianconero che in quegli anni vivacchia tra Primera e Segunda División. E resta all’ombra della Magdalena, prima come segretario e in seguito come manager. Il piccolo Gaizka cresce nel capoluogo e si fa le ossa nel Club Deportivo Tonín, longeva società minore satellite del Castellón. Ma di stare fermo in mezzo ai pali come papà non ne vuole sapere. Le doti sopramenzionate sono presenti in lui, almeno in parte: il fisico e il fiato ci sono, la tecnica non ancora. E infatti, più che in mezzo al campo, rende meglio sulla fascia. Ciò nonostante le prospettive sembrano già altamente rosee: le squadre della Comunitat lo adocchiano. La dirigenza alvinegra sceglie però di metterlo sotto la sua ala protettrice: a 17 anni Gaizka firma così il suo primo contratto da pro. Già chiuso dai titolarissimi più scafati, scalda ingiustamente la panca per quasi tutto il girone d’andata. Finché il tecnico Quique Hernández non lo getta nella mischia dal 1′ contro il Rayo Vallecano: è il 12 gennaio 1992, i bianconeri vincono 2-1. A fine anno totalizza sedici presenze. Vista la stagione travagliata del Castellón (tre cambi d’allenatore e retrocessione in Segunda B evitata per un soffio), è uno score niente male per un ragazzino fresco maggiorenne. Di nuovo le sirene di altri club tornano a farsi sentire. Stavolta però si tratta di big. Si tratta del Valencia. E l’occasione per il grande salto non può essere evitata.

CHE ANNI AL MESTALLA! – Mendieta diventa Taronje nell’estate del 1992. Si decide tuttavia di maneggiarlo con cura: meglio iniziare dalla squadra B. Il palcoscenico della terza serie non è propriamente attraente, eppure quel biondo mediano, quel tuttofare già piaciuto a molti, non passa inosservato. Nemmeno a Guus Hiddink, allenatore dei ‘grandi’. Il giramondo olandese gli concede il battesimo di fuoco nella Liga il 13 giugno ’93 a Cadice, penultima giornata: ultimi scampoli di partita al posto di Miodrag Belodedici. La settimana successiva sostituisce per tutto il secondo tempo Leonardo (sì, proprio lui …) contro l’Oviedo. L’anno appresso il mezzo servizio tra filial e primer equipo è ancora più accentuato: dodici gettoni col primo, già venti col secondo. E arrivano anche i primi due goal nella Liga, uno dei quali al Bernabéu in uno sfortunato match perso col Real. Il figlio di Andrés s’inserisce prepotentemente nella concorrenza a colleghi più esperti come Robert, Giner, Fernando e Arroyo. E il volo da spiccare sembra già pronto. Senonché la stagione successiva sbarca a Valencia Carlos Alberto Parreira, fresco campione del mondo col Brasile. Il feeling tra l’ex CT e la piazza non scatta, soprattutto per le sue discutibili scelte tecniche. Poco turnover, molta precedenza al connazionale Mazinho e agli altri ‘vecchi’, sicché per Gaizka resta poco spazio. Le cose cambiano di lì a due anni, quando a guidare i Ches si susseguono prima Luis Aragonés poi, dopo la breve e pessima esperienza di Jorge Valdano, Claudio Ranieri. Con ‘El Sabio’ ritrova la sua amata fascia destra, guadagnandosi l’Under 21 spagnola sconfitta ai rigori dall’Italia agli Europei di categoria. Il top tuttavia lo tocca grazie al tecnico testaccino, ancora lungi dal ritorno in Italia e dalla favola di Leicester. Centrocampo nelle mani,  facoltà di distruggere il gioco altrui e di avviare quello dei compagni, ritmi alternati al momento giusto, licenza di offendere. E di segnare. Gaizka salva il posto a Ranieri una notte a San Sebastián e realizza un goal da cineteca ai suoi conterranei di Bilbao. Il Valencia chiude a metà classifica, ma il basco ha oramai imboccato la via del successo. Insieme a Milla e Farinós forma un trio impeccabile in mediana. I suoi assist per Claudio El Piojo López sono telecomandati, e così pure quelli per Angulo, Vlaovic e Ilie. Intanto il fido Camarasa comincia a pagar dazio all’età che avanza, sicché Gaizka diventa addirittura capitano. Nel 1999 i Taronjes sono quarti in Liga e trionfano in Copa del Rey. Ai quarti umiliano il Barça nella doppia sfida. Il nostro protagonista annichilisce il Camp Nou nel match d’andata con un gioiello: una volée da fuori area su corner di Ilie, a lasciar di sasso il portiere Hesp e Sergi. E in finale mette il suo sigillo, insieme all’immancabile López, sul successo contro l’Atlético. Via Ranieri, arriva Héctor Cuper, e comunque la musica non cambia. In campionato il Valencia resta stabilmente nelle prime posizioni, ma in Europa riesce a fare ancora meglio in due anni. Due Champions giocate alla grande, e tutte e due le volte fino in fondo. Fino all’atto conclusivo. Fino alla beffa. Contro il Real Madrid, e specialmente contro il Bayern Monaco. A San Siro Mendieta realizza due penalty, uno dopo 3′, l’altro durante la lotteria post-supplementari. Non basta: vincono i bavaresi. Cúper va all’Inter. Mendieta lo seguirà a ruota ben presto.

BIDONE CAPITALE – Nell’estate 2001 Valencia ha problemi economici. Le casse languono, è necessario dover dare via il pezzo pregiato, e adesso sono le società europee più blasonate a fiondarsi sull’asso del calcio mondiale. Che nel frattempo è divenuto pedina fondamentale anche per le Furie Rosse di José Antonio Camacho. Non sono giorni sereni nemmeno a migliaia di chilometri di distanza. A Roma, sulla sponda biancoceleste del Tevere. La Lazio ha mollato onorevolmente lo scettro di campione d’Italia, ma ha sul groppone le prime crepe della spericolata gestione Cragnotti. E il patron della Cirio è costretto alla smobilitazione. Prima se ne va Veron, che emigra a Manchester. Poi, malgrado il recente rinnovo, dice addio anche Nedved cedendo alle lusinghe della Juventus. La piazza laziale è in tumulto, il clima è bollente. E allora Cragnotti, con ancora qualche freccia nella sua faretra, capisce che per tenere buoni gli aquilotti serve il colpo a sorpresa: Mendieta, c’est facil. Il 19 luglio l’affare è fatto. E con quali cifre: 93 miliardi di lire ai Taronjes, 8 miliardi di lire a stagione per cinque anni! Un colpo al cuore per la situazione finanziaria già traballante dei biancocelesti. Cragnotti non pensa minimamente al flop, sebbene il fresco precedente di de la Peña dovrebbe fargli tremare i polsi. Del resto non ci pensa nemmeno Gaizka, che a Riscone di Brunico ritrova Lo Pelat, tante volte avversario in Liga, e il suo amicone López, chiamato al riscatto dopo un’annata martoriata dai problemi fisici. El Piojo farà la sua onesta parte. Mendieta invece si perderà miseramente. Eppure le premesse sembrano buone. “La Lazio è il mio Real“, afferma quando sbarca nella Capitale. E in ritiro dichiara alla RAI: “Ogni giocatore è diverso dall’altro. Da questo punto di vista spero comunque di essere amato come lo è stato Nedved, e di non farlo rimpiangere. Il mio credo è solo il lavoro: è attraverso il lavoro che si ottengono i risultati. Ho scelto la Lazio perché si è subito interessata a me, sono contento di venire a giocare in un campionato difficile e bello come quello italiano: sono convinto di togliermi parecchie soddisfazioni. Zoff mi ha spiegato il suo assetto tattico, lo stesso che ho praticato per due anni a Valencia con Ranieri, quindi da questo punto di vista non avrò problemi“. Ecco, rileggete bene tra le righe e comprenderete da soli il valore inestimabile del bidone più caro in assoluto mai giunto in Italia dal 1980. Non vuole far rimpiangere il buon Pavel, ma riesce a farlo per il sol fatto di prendere possesso della villa in cui viveva il ceco. Dice di impegnarsi nel lavoro, e alla fine si arrenderà mollemente alle difficoltà di un calcio nel quale si dice contento. Un sentimento destinato a esser rinnegato. E in quanto alla sicura facilità nel capire il credo di SuperDino, sarà proprio quella l’origine dei suoi mali. Il campione del mondo non riuscirà mai a trovargli una collocazione in mediana. Regista arretrato, interdittore, interno, ala tornante. Non c’è verso di adattarlo al suo disegno tattico, né di farlo abituare al calcia e corri e alle marcature a uomo della Serie A. E quando a Zoff subentra Zaccheroni, va pure peggio: nel 3-4-3 del tecnico di Meldola non può esserci spazio per lui. Il basco naufraga miseramente: ventisette presenze tra campionato e Champions, reti zero, prestazioni incolori e impalpabili che ingigantiscono avversari e compagni. Poborsky, Giannichedda, Liverani, Fiore, persino il vecchio Dino Baggio: tutti molto più utili di lui. E fortuna che non perde il treno per i Mondiali nippocoreani. La Spagna, al pari dell’Italia, sarà vittima di un furto a favore dei padroni di casa, ma questa è un’altra storia. Quella che invece attende Mendieta, d’ora in avanti, sarà piena più di luci che di ombre.

TONIGHT DJ MENDIETA – La Lazio deve mollare il pacco a qualcuno. Non al Real Madrid: nel contratto sottoscritto col Valencia è vietata per clausola la cessione alle Merengues. I biancocelesti, già colpiti dal Crack Cirio, lo vorrebbero restituire al mittente come merce di scambio, ma il club levantino pretende ancora gli arretrati di quei 93 miliardi di lire. Problema poi risolto con gli acquisti di Stefano Fiore e Bernardo Corradi, ma anche questa è un’altra tristissima storia. Alla fine lo danno in prestito al Barcellona più brutto degli ultimi quindici anni. Il direttorio blaugrana è in crisi tecnica ed economica, la zuppa è riscaldata, troppo mista di stelle nascenti e di altre prossime al tramonto. E in quella zuppa Mendieta galleggia a malapena, d’altronde non può fare peggio dell’anno precedente. Il Barça arriva sesto, fuori dall’Europa. L’ex fenomeno della mediana si fa fischiare dai suoi vecchi tifosi alla penultima giornata. I catalani vincono 3-1 a Mestalla, lui segna su rigore ed esulta. Vorrebbe pure rimanere con un ritocco dell’ingaggio, ne riceve un niet sdegnato. Torna alla Lazio per fine prestito, ma ovviamente i capitolini non lo possono più mantenere. Si fa avanti il Middlesbrough, ambizioso club inglese impegnato in quegli anni a rastrellare sul mercato europeo elementi vogliosi di riscossa. Il basco biondo riprende leggermente quota. Nel 2004 il Boro vince la Capital One Cup, la coppa di Lega inglese, unico suo trofeo in bacheca. Due anni dopo si potrebbe fare ancora meglio in Coppa UEFA. I rossi dello Yorkshire eliminano contendenti blasonati, prima di cadere in finale contro il Siviglia. L’epopea di Steve McClaren si conclude. Così come la carriera dell’ex centrocampista più forte d’Europa, ai margini del Boro e frenato da problemi fisici incombenti. Nonostante il contratto col Middlesbrough sia ancora in essere, nel dicembre 2007 appende le scarpe al chiodo. Cosa sarebbe successo se, anziché inguaiarsi in Italia, Mendieta avesse scelto altre vie in quell’estate del 2001? Difficile poter dare una risposta. Cert’è che, malgrado quella maledetta stagione laziale e tutta la quasi mediocrità giunta in seguito, Gaizka non si allontana del tutto dal calcio: per anni commenta la Premier League per Sky Sport UK. Al tempo stesso però s’inventa un secondo pane per vivere: quello del Disc Jockey. Una vecchia passione per la musica messa a frutto nel modo più eccentrico. Fa la spola tra l’Inghilterra (dove vive tuttora, vicino Middlesbrough) e la sua Spagna. E nella sua playlist ce n’è per tutti gusti, da Aretha Franlikn ai Kings of Leon. Chissà se un giorno gli capiterà di venire a suonare a Roma. E di piazzare in consolle Vola Lazio vola di Tony Malco: forse farà pace con i frequentatori di Formello …

¡Hasta la próxima!