Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, il modus vivendi della cultura spagnola

¡Hola!

30 marzo 2016. I siti di Marca, Diario AS, Sport, Mundo Deportivo, Superdeporte, e persino di quotidiani come El Mundo e La Vanguardia spiattellano un’immagine senza pietà. O quasi senza. Una foto ritraente un uomo notevolmente ingrassato, madido di sudore sotto il sole. E che tutto sommato, a giudicare dalla qualità della pelle, non dimostra nemmeno i suoi effettivi quarant’anni. Ora molti di voi si chiederebbero cosa ci sia di cotanto impietoso in tutto ciò. Semplice: quell’uomo indossa un completino da calcio biancoceleste e corricchia disperatamente su un campetto. E quando l’avvilente ritratto fa il giro dei social network, in Spagna individuano subito il soggetto. Ricordandoselo molto bene, e ritornando con la mente a tanti anni e chili prima, quando vinceva il Pichichi quale capocannoniere della Liga. Avete capito bene: della Liga! Non del torneo parrocchiale di Santa María de la Nieves, la chiesa del suo paese natio. Ben presto quella foto arriva anche tra gli internauti italiani, e tuttavia nessuno lo riconosce. Tranne che in una città: Livorno. “Dé, ma questo qua ‘un giocava co’ noi? ‘Un sarà mica i’Diego Tristan?” si chiedono i labronici. Effettuata un’accurata verifica si rendono conto di aver indovinato. E’ proprio lui, Diego Tristán Herrera. Un altro iberico, come tanti altri, venuto a fare cilecca sui nostri ameni terreni, dopo effimeri momenti di gloria in Patria misti a vita dissoluta. Prima di tornare a casa per svernare prima e assimilare poi.

NEMICO IN CASA – Il paese natio di cui sopra è La Algaba, poco più di sedicimila anime in Provincia di Siviglia. Lì Diego viene al mondo il 5 gennaio 1976. L’ambiente di casa gli rimarrà sempre nel cuore (nel 2002 riceverà la ‘insignia de oro’ comunale), soprattutto perché ivi comincia a giocare a pallone fin da ragazzino. E ad affezionarsi a due colori: il bianco e il rosso del Sevilla FC. Quando ha compiuto da poco diciannove anni lo notano alcuni osservatori, anche loro sivigliani: sono quelli dei rivali acerrimi del Betis. Il giovane Diego, fin lì militante in piccoli club amatoriali, accetta suo malgrado la proposta dei cugini e finisce alla corte del mitico José Ramón Esnaola, dodici anni a guardia della porta biancoverde, una Copa del Rey vinta nel ’77 e storico tecnico delle giovanili betiche. A metà anni ’90 il Betis B vivacchia in terza serie, limitandosi a fornire virgulti in gamba alla prima squadra. Tra questi Capi, Arzu, Juanito Gutiérrez e, più in là, Joaquín. Il fiuto del gol del ‘nemico’ biancorosso non è prolifico al massimo, ma ad ogni modo risalta per la sua veridicità, specie a fronte della qualità non proprio eccelsa dell’intero collettivo. Alto e possente (1.86 per 79 kg) unisce l’irruenza famelica in area di rigore a tecnica sopraffina, corsa perpetua e bel dribbling. In tre stagioni va a segno trentatré volte, praticamente undici ad annata. Le sue prestazioni attirano l’attenzione del Real Mallorca, che nel 1998 lo prende con sé destinandolo però alla squadra cadetti. Il Mallorca B scende per un soffio in Serie C, eppure il nostro riesce a mettersi in mostra in coppia con l’altra stellina Albert Luque, scuola Barça: quindici centri a testa. Tanto basta per il grande salto tra i grandi, reduci dal terzo posto in Liga oltreché dalla finale di Coppa delle Coppe persa con la Lazio. I rossoneri perdono il treno per l’Europa, Diego invece non quello verso le porte avversarie. Quattro goal in Coppa UEFA, uno dei quali consente al Mallorca di diventare la prima squadra spagnola a battere l’Ajax all’Amsterdam Arena. E di nuovo quindici in campionato, con doppiette al Barcellona di Van Gaal e al suo Siviglia al Sánchez-Pizjuán. Il delantero centro venuto dal nulla è diventato un divo.

‘ASEREJE, JA DE JE…’ – E infatti su di lui mette gli occhi il Real Madrid. A metà luglio 2000, alla vigilia delle elezioni per il nuovo presidente delle Merengues, il patron Lorenzo Sanz rende ufficioso il suo arrivo. Ma in corsa per la carica c’è (già allora …) Florentino Pérez, il quale ha promesso fuoco e fiamme per Luís Figo ponendo il veto sull’arrivo dell’andaluso: “Fuori dal campo è un festaiolo”, dice. Qualcuno parla di semplici rumours. Fatto sta che alla fine ‘El Gafas’ esce vincitore dalle urne, e addio Tristán. Si fa avanti il Deportivo La Coruña, il leggendario ‘Superdépor’ fresco Campione di Spagna. Il focoso e testardo Augusto César Lendoiro lo tratta in quattro e quattr’otto portandolo in Galizia per 2 miliardi e mezzo di pesetas: cifra mai pagata fino ad allora dai biancazzurri per un calciatore. Il Depor di Javier Irureta è una macchina perfetta: l’esperienza e la classe carioca di Mauro Silva, Djalminha e dell’oriundo Donato, la sicurezza di Naybet, la fedeltà unita a precisione di Valerón e Fran, la puntualità realizzativa di Makaay. Il sevillista si inserisce nell’ingranaggio con imponenza consacrandosi come bomber implacabile. Per quattro anni consecutivi i galiziani arrivano sul podio della Liga, regalando spettacolo, facendo sudare Real e Valencia, due volte Campioni nel quadriennio, e fornendo prestazioni sfavillanti anche in Champions. Ma l’anno d’oro del nostro protagonista è senza dubbio il 2002, allorquando con ventuno reti è capocannoniere ottenendo così l’ambito Premio Pichichi. Il top di quella stagione, e fors’anche della sua carriera, lo raggiunge il 6 marzo 2002, finalissima di Copa del Rey. Il Depor deve vedersela contro le Merengues in un Bernabéu strabocchevole e con re Juan Carlos in tribuna d’onore: è il giorno del centenario madridista. Tristán si vendica del trattamento ricevuto due estati prima, e insieme ai suoi compagni di avventure gioca la partita della vita: una sua rete di rapina, unita a quella iniziale di Sergio, rovinano la festa ai Blancos trasformandola nell’indimenticabile ‘Centenariazo’. Ai Mondiali le Furie Rosse non possono fare a meno di uno come Diego. Ma è proprio lì che per lui cominceranno i guai. Infatti, dopo un debutto così così con la Slovenia, alla seconda partita contro il Paraguay del compianto Cesare Maldini si fa male il ginocchio. Dopo pochi mesi la lesione si evolve in edema osseo. Il bomber finisce in panchina, tanto a segnare ci pensano Makaay, Pandiani e quel Luque con cui aveva fatto faville a Mallorca. E per dimenticare i problemi si arrende a quei fantasmi che l’hanno già attanagliato provocando il niet di Pérez. Fanno notizia per lui uscite notturne, bevute nei locali di La Coruña e puntate al Casino Atlántico. Tira sino all’alba una volta sì e l’altra pure, zompa allenamenti e match a piè pari. I suoi tiri, più che andare a segno, finiscono in tribuna. In città i tifosi lo sfottono canticchiando i primi versi della celebre hit de Las Ketchup Asereje: “Mira lo que se avecina/a la vuelta de la esquina/viene Diego rumbeando/ Con la luna en las pupilas/y su traje agua marina/parece de contrabando”. I rapporti con Irureta si fanno difficili, il giocatore insulta il tecnico pesantemente. E un giorno quest’ultimo sbotta: “Se Diego fosse mio figlio lo prenderei a schiaffi!”. Quando nel 2005 sulla panca biancazzurra arriva l’ex sevillista Joaquín Caparrós, le cose vanno meglio, ma non molto, per Tristán. L’estate successiva rescinde il contratto col Depor due anni prima della scadenza naturale: a condannarlo, l’eccesso di ore piccole oltre all’atteggiamento dittatoriale di Lendoiro. E lui fa la vittima: “Non merito di andarmene via così, non posso rimanere senza calcio”.

LIVORNO, POI LA FINE – Il Mallorca gli tende una mano richiamandolo a sé. Non è più il grande club rossonero di prima, costretto com’è ad accontentarsi di tranquille salvezze. Ma non è più nemmeno il Tristán di prima. E nonostante la fiducia datagli dall’allenatore Gregorio Manzano, l’andaluso scende in campo solo tredici volte. Reti zero: meglio affidarsi ad Arango e ai futuri ‘italiani’ Bosko Jankovic e Maxi López. A gennaio è già finita: di nuovo senza squadra. Finché improvvisamente, nel luglio 2007, il vulcanico Aldo Spinelli pensa proprio a lui come erede di Cristiano Lucarelli a Livorno. Dunque, Diego Tristán approda nel nostro campionato. L’interessato, a 31 anni suonati, sa che l’Italia rappresenta un’occasione di rilancio imperdibile. Appena sbarcato all’ombra dei Quattro Mori afferma: “Ho la possibilità di essere chi sono anche in un campionato difficile come quello italiano. Ho grande ammirazione per Lucarelli, ma non sono venuto qui per sostituirlo, bensì per fare bene in una squadra che mi ricorda molto il mio Deportivo. Datemi due settimane di tempo e poi vedrete il vero Tristán”. Tuttavia le sue smargiassate miste a prese di coraggio non sono pari alla successiva produttività tecnica del soggetto. Nando Orsi pensa a piazzarlo in coppia con Ciccio Tavano, ma l’intesa tra i due non scatta. L’impoverimento complessivo della rosa rispetto alla passata stagione chiusa con una tranquilla permanenza, fa il resto. Tristán assaggia la durezza della Serie A fin dal debutto. Dai trentasei minuti giocati, subentrando proprio a Tavano, contro la Juventus appena tornata dalla B e vincitrice 5-1 sui toscani. Il suo destino nel Belpaese è simile a quello di molti connazionali giunti prima e dopo, eppure in questo caso la scarsa attitudine al tatticismo esasperato e alle marcature a uomo c’entra ben poco. Come pure la vita notturna, poco attraente in Riva al Tirreno. La sua forma fisica è ormai scadente, la squadra è debole e non lo aiuta. A novembre già si parla di cessione anticipata, qualcuno addirittura voficera di un suo ritiro dal calcio giocato. Nel frattempo al posto di Orsi c’è Giancarlo Camolese, e qualcosina di meglio pare intravedersi, se non altro nell’impegno e nell’orgoglio. A tal punto che il 9 dicembre 2007 Diego segna una rete contro la Roma. Una rete tanto bella, da killer d’area di rigore dopo un doppio dribbling su Ferrari, quanto decisiva: gli amaranto pareggiano 1-1. Le speranze di un risveglio dell’ex Depor si spegneranno ben presto. E con loro anche quelle del Livorno, retrocesso in B dopo quattro stagioni consecutive in massima serie. Tristán ha recuperato un pochino di verve, vorrebbe rientrare in Patria a parametro zero. Ma mentre sta vagliando alcune offerte di club di Segunda, ecco inattesa la chiamata di Gianfranco Zola al West Ham: è l’ottobre 2008. L’esperienza dura solo otto mesi. Quattordici gettoni e tre miseri goal, uno dei quali, però, molto bello allo Stoke City, direttamente su punizione. Nelle gerarchie in prima linea lo sopravanzano Di Michele, Carlton Cole, Bellamy e Sears. Londra gli piace, molto meno invece gli arbitri di Sua Maestà che non fischiano manco a bestemmiare. E l’Inghilterra non gli lascia un bel ricordo. Ubriaco al volante dopo l’ennesima notte brava, si schianta con la sua Porsche contro un minicab: 32 mesi di sospensione della patente e 3500 sterline di multa. Torna nella sua Andalusia, a Cadice. E in un sol botto dimentica il suo spirito ribelle: niente dolce vita, niente lamentele. Sia Javier Gracia che il suo successore Víctor Espárrago gli offrono occasioni per illuminare il prato del Carranza, e lui le sfrutta: otto reti in ventinove match. Purtroppo insufficienti a salvare i ‘Matagigantes’ dalla caduta in Segunda B. Tristán lo coglie come un segnale. E nonostante gli arrivino ancora proposte di continuare a gonfiare le porte avversarie. Nonostante lo cerchino in Russia, e perfino chieda di lui la Dinamo Zagabria. Nonostante la voglia di calcio sia ancora forte, nell’estate 2010 decide di congedarsi. Appende le scarpette al chiodo, ma non l’amore per lo sport croce e delizia della sua vita. Diventerà tecnico delle selezioni andaluse Under16 e Under18. Salterà agli onori delle cronache nell’ottobre 2013: resta coinvolto in un altro incidente stradale, due vertebre rotte e diverse contusioni. Accetterà l’incarico di allenatore di prima squadra e coordinatore delle giovanili dell’Atlético Algabeño, il club dilettante della sua città natale. Poi, non si ha quasi più notizia di lui. Fino allo scoop di pochi giorni fa. A quella partitella giocata sotto il sole in maglia biancoceleste, con gli Over35 dell’Algabeño, con quella pancia troppo evidente per non saltare allo sguardo. Una fine non proprio edificante per l’ex bombardiere della Liga. Ha sciupato il suo talento e i suoi anni migliori. C’è da augurarsi che non faccia altrettanto nella seconda parte della sua esistenza.

¡Hasta la próxima!