Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, il modus vivendi della cultura spagnola

¡Hola!
Vi è mai capitato di dover firmare un autografo a un calciatore? Tranquilli, avete capito bene: voi, tifosi di una squadra di calcio, nell’atto di rilasciare volontariamente uno svolazzo su un pezzo di carta a un vostro idolo, e non viceversa. Ecco, vi è mai accaduto? Alzi la mano chi possa dire “Sì, l’ho fatto!”. Forse si materializzerà dinanzi ai vostri occhi una persona. Un buontempone rimasto anonimo, capace però di compiere tale impresa con il protagonista di questo numero di Napoli Olé. Ossia, un altro bidone spagnolo giunto in Italia. Un bidone diverso dai soliti, a pensarci bene. Spuntato fuori senza troppi reclami, anzi nello stupore generale di chi non conosce certi Carneadi. Curioso e stucchevole tanto nell’evoluzione della sua carriera quanto nell’involuzione. Una meteora nel cielo di Roma, sulla sponda giallorossa del Tevere, l’anno prima dell’arrivo di de la Peña su quella biancoceleste. ‘El hombre del día’ della nostra rubrica è César Gómez.

RISERVA FISSA (MA NON TROPPO) – Nato il 23 ottobre 1967, madrileno doc, César Gómez del Rey dà i primi calci al pallone sin da ragazzino. La sua gran fortuna è quella di riuscire a entrare nel vivaio del Real, che lo pesca dalla dilettantesca Asociación Deportiva Onda 2. Gigante già da adolescente, il suo ruolo è segnato nel destino: difensore centrale con licenza di anticipare, specie di testa, e di marcare stretto, non privo comunque di piedi buoni e di fiato a sufficienza per corricchiare un po’ sulla fascia. Siamo nei primi anni ’80. La cantera merengue sta partorendo talenti che nel giro di poco tempo reciteranno la parte del leone, e non solo al Bernabéu. E’ l’epoca della ‘Quinta del Buitre’ capeggiata da Emilio Butragueño e fulgido esempio per i virgulti madridisti. Ma è soprattutto il periodo in cui questi ultimi, durante la loro trafila dai ‘Benjamines’ al ‘Juvenil’, vengono affidati alle cure di maestri vestitisi di bianco tempo addietro rispetto a loro. Il che si verifica anche nel Real Castilla, la squadra B guidata in quel decennio da nomi del calibro di Amancio, Juan Santisteban e Vicente del Bosque. Ed è proprio Santisteban a concedere al giovane César l’onore del debutto in Segunda División a nemmeno diciassette anni. Ma la grande occasione si presenta solo perché quel dì, 9 settembre 1984, c’è uno sciopero dei calciatori che costringe anche i club di Serie B a schierare in campo gli Under 18. L’esordio del futuro bidone è un disastro: al Paseo de la Castellana il Barça Atlètic fa poker (0-4). Nella squadra Juniores del Real, campione regionale per due stagioni consecutive, riesce più o meno a imporsi. Al Castilla invece scalda la panca nella maggioranza dei casi, sebbene non gli manchino chances per mettersi in mostra. Ad esempio nella Segunda ’86-’87, durante la quale scende in campo quindici volte segnando anche la sua prima rete in carriera, in un match contro il Celta Vigo al Balaídos. Alla fine di quell’annata diventa tecnico del Real B del Bosque, e per Gómez l’anonimato finisce lentamente. Ancora quattordici presenze nel 1988-89 e poi, l’anno successivo, la definitiva esplosione con trentacinque gettoni. In un collettivo che nel giro di due anni vede emergere stelline quali Caminero, Cañizares, Aragón, Alfonso, Urzaiz e il nigeriano Adepoju.

BRAVO COME VOGTS” – A questo punto il grande passo nel Real dei mostri sacri sarebbe inevitabile. Ma in quel periodo è un’impresa per chiunque scalzare dal trono i vari Sanchís, Camacho, Chendo e Tendillo, per tacere del Campione del Mondo Óscar Ruggeri. A nessuno di loro manca quel quid (e vorremmo vedere!) di cui, forse, è privo Gómez. Che però il salto in Primera División lo compie lo stesso andando al Real Valladolid. Alla Pucela, da sempre succursale delle Merengues, rivede alcuni dei suoi vecchi compagni di Madrid (Caminero in testa) e trova come tecnico il mitico colombiano Francisco Maturana, fresco reduce di Italia 90 alla guida dei Cafeteros. La concorrenza è tosta, eppure il nostro César si fa spazio anche da terzino sinistro. Purtroppo la dimensione dei biancoviola è quella che è: vanno benino nel 1991, malissimo al contrario nel 1992 quando retrocedono in B. Loro. Lui no, invece. Finisce al Tenerife, la squadra dei miracoli, il club che in pochi anni ammazza le grandi regalando ai tifosi canari le soddisfazioni più dolci della loro vita. Sotto la guida di due leggende del calcio mondiale, prima Jorge Valdano poi Jupp Heynckes, inframmezzata dal breve interregno di Vicente Cantatore, i blanquiazules toccano il punto più alto in Liga (quinti nel 1992-93 e 1995-96) e per due volte partecipano alla Coppa UEFA. La prima (1994) termina agli ottavi dinanzi alla Juventus vincitrice in carica, la seconda (1997) addirittura in semifinale contro lo Schalke 04 futuro trionfatore sull’Inter, ma dopo aver messo in riga Lazio, Beşiktaş e Brøndby. In cinque stagioni Gómez diventa una delle colonne di quella squadra, e per due anni consecutivi è presente nella Top Five dei difensori del campionato stilata da Don Balón. ‘Herr Osram’ Heynckes si fida ciecamente di lui, tanto da asserire che abbia “la grinta di Berti Vogts”. Il suo momento più memorabile di quella stagione, tuttavia, è il doppio confronto tra gli isolani e il Barcellona di Ronaldo. Il tecnico tedesco piazza il madrileno alla costole del Fenomeno, e per Luis Nazario de Lima non c’è scampo né all’andata né al ritorno: al Camp Nou solo 1-1, all’Heliodoro Rodríguez López è uno storico 4-0, tra le vittorie più belle di sempre del Tenerife. La meravigliosa cavalcata continentale e un’altra dignitosa annata in Patria contribuiscono a mettere in vetrina gli assi canari. Compreso lo stesso César. Che a quasi trent’anni diventa oggetto del desiderio, tardi ma in tempo. Probabilmente non immagina ancora di esserlo in maniera paradossale e bizzarra, complice il più tragicomico degli equivoci ….

MISTER, PRENDA QUELLO CON LA ‘Z’ …” – Estate 1997. Chiusa l’esperienza durata due anni e mezzo con la Lazio, Zdenek Zeman viene ufficializzato quale nuovo tecnico della Roma. Forte del cospicuo budget messo a disposizione da Sensi e soci, il maestro del 4-3-3 sa di dover puntellare il reparto arretrato. Nella sua lista della spesa, alla voce ‘difensore centrale’, ci sono Miguel Ángel Nadal, Bruno N’Gotty e Jaap Stam. Acquistarli però è troppo dispendioso. Ed è a quel punto che l’allenatore dalla sigaretta facile si ricorda di quella fatale partita di UEFA persa 3-5 dalla sua Lazio col Tenerife alcuni mesi prima. E di un difensore molto alto capace di annullare fisicamente Gigi Casiraghi. Zeman telefona l’attaccante, la sua risposta è vaga: “Mi pare avesse un cognome spagnolo, che terminasse per ‘z’”. Zeman realizza subito: l’uomo che cerca è César Gómez. Sensi manda il compianto Ernesto Bronzetti e il ds Giorgio Perinetti alle Canarie per la trattativa. E i due la chiudono subito: poco più di cinque miliardi di lire al Tenerife e un quadriennale da un miliardo e seicento milioni l’anno. Il presidente Don Javier Pérez e l’interessato non credono ai loro occhi. Il giocatore si commuove nell’annunciare alla chetichella l’addio al piangente pubblico biancazzurro, ma al contempo si mostra felice per la futura avventura nel campionato più bello del mondo. Alla prima conferenza stampa nella Capitale si dice stupito dell’ingaggio altissimo concessogli dal club giallorosso. Ad ogni modo non smentisce le credenziali con le quali sbarca in Serie A, vantandosi (a ragione) di aver fermato Ronaldo e di essere un bravo marcatore. Il gioco-spettacolo di Zeman lo affascina, e parimenti la possibilità di giocare insieme ad Aldair e Cafu: parole sue. Ben presto, però, emergono le prime grane. Perinetti confesserà candidamente di non averlo mai visto effettivamente all’opera. Le voci di corridoio di quelle calde settimane rivelano che Zeman stesso sia persino pronto a dimettersi per ritorsione dopo l’arrivo del madrileno, o che voglia darlo al Bologna in cambio di Stefano Torrisi. E lì spunta fuori il quid pro quo chiave dell’intera vicenda. Non era lui a dover vestirsi di giallorosso, bensì il suo collega argentino Pablo Paz, diligente tanto da giocarsi i Mondiali in Francia con l’Albiceleste. Anche lui col cognome terminante in ‘z’, ma più consono alla zona del boemo. Che mangia la foglia e, di fatto, tiene Gómez ai margini fin dall’inizio. Del resto anche l’ex canario mette a nudo la sua inadattabilità alla preparazione. Eppure nell’ambiente i più si convincono che abituarsi ai ritmi zemaniani gli richieda solo tempo e pazienza. Aldair lo elogia: “Ci mancava da tanto un difensore così roccioso”. E per lui si scomoda finanche Fabio Capello: “E’ tosto, forte fisicamente e atleticamente, bravo di testa. Quando al Real mi hanno detto che Alkorta voleva chiudere la carriera a Bilbao, ho pensato anche a lui come suo sostituto”. Ma Zeman il burbero ha già capito tutto. Gli concede da subentrato cinque minuti contro il Napoli (6-2 all’Olimpico: ricordate …?) e appena uno a Firenze (0-0). Il giorno d’Ognissanti c’è il Derby. Aldair e Petruzzi sono squalificati, per lui è la grande occasione in coppia con il romagnolo Servidei. La prestazione del canterano è un pianto greco: in undici contro dieci per l’espulsione di Favalli, la Maggica si fa uccellare sotto i colpi di Mancini, Casiraghi (guarda caso!) e Nedved prima dell’inutile squillo di Delvecchio. Gómez viene bocciato unanimemente. La Gazzetta gli mette 5 in pagella: “Di testa ci sa fare, per il resto no: 1° e 3° gol capitano dalle sue parti”. Non si alzerà più dalla panca, e ben presto si accomoderà in tribuna. Irato per i soldi buttati, Sensi vorrebbe cederlo subito poiché si vocifera che lo rivoglia il Real e che lo cerchino Crystal Palace e Siviglia. Lui però s’impunta opponendosi all’estromissione. E così la Roma lo mette fuori rosa, imponendogli di allenarsi ugualmente e indossare la tuta a Trigoria in uno spogliatoio separato dagli ex compagni. Per lui è troppo: si sente vittima di un atteggiamento ingiusto, tant’è che intenta una causa in tribunale. Vinta poi con un risarcimento di 360 milioni.

PRESIDENTE MANCATO – In compenso la sua esperienza romana diventa roba da gossip. Gira la Capitale in lungo e in largo con la moglie, veste come certi personaggi dei film di Almodóvar. Vive in un appartamento lussuoso da 150 metri quadri all’Appia Nuova, cena fisso da ‘Checco allo Scapicollo’ sulla Laurentina, si nutre di buone letture, diventa spettatore fisso all’Olimpico quando gioca la Roma. E coi soldi succhiati a Sensi si apre una concessionaria di automobili in zona Eur. Fotte, ma non piange: quando lo intervistano, il suo atteggiamento è lungi da ogni ipocrisia: “Per me lamentarmi è vietato, specie se penso a mio fratello che a Madrid lavora sedici ore al giorno per pagarsi la casa”. I tifosi, già tiepidi nell’accoglierlo, si dimenticano di lui con strafottenza giustificata. Tranne il buontempone di cui parlavamo all’inizio. Leggenda vuole infatti che un giorno, mentre Gómez sta compiendo il minimo del suo dovere a Trigoria, questo tale lo chiami a sé dalle reti di recinzione dicendogli: “Ah César, vié qua che si ciài ‘na penna te faccio ‘âutografo!”. La tagliente ironia romanesca fa calare definitivamente il sipario. Capello, subentrato a Zeman nel ’99, cerca timidamente e invano di recuperarlo. Alla fine gli verrà tolto pure l’obbligo di dover passare dal campetto d’allenamento a timbrare il cartellino. La farsa finisce col contratto, il 30 giugno 2001. Appena tornato in Patria César Gómez dice basta: quella maledetta stracittadina romana è stata l’ultima partita della sua carriera. In quei giorni di luglio afferma: “Visto da fuori il calcio è molto bello, tuttavia si tratta di un’immagine irreale che ti toglie parte della vita quotidiana; perciò la cosa migliore è ritirarmi”. E non si priva di togliersi elegantemente sassolini dalla scarpa: “L’esperienza in Italia mi ha formato molto come persona: senza giocare ho avuto modo di dedicarmi ad altro, ai miei affari e a conoscere la cultura italiana. Non ho rancore verso Zeman, con lui ho avuto un rapporto cordiale. Ma alla Roma prima mi parlavano di squadre interessate a me, poi quando la dirigenza le trovava cambiava idea e aveva la meglio: questa situazione mi pressava molto”. Vede la sua seconda vita da fondatore di scuole calcio per ragazzini. In effetti nel football ci rimane, ma in altre vesti. Dapprima come opinionista e commentatore, specialmente delle vicende del suo amato Tenerife ormai in declino. Poi come agente di calciatori per l’agenzia Prisma Gestion Group. E infine, inaspettatamente, come candidato alla presidenza del club canario. Avviene nell’estate 2014, allorquando, a capo di un fondo comune tedesco-svizzero, si propone di coprire i debiti e divenire azionista di maggioranza. L’offerta viene ritenuta poco seria dal patron Miguel Concepción, e respinta categoricamente. Non si arrende: nello stesso periodo, e insieme alla medesima cordata, ci prova anche con il Real Murcia. Il tentativo fallisce. Ma nel febbraio 2016 torna alla carica. E pare che stavolta la trattativa sia ben avviata, anche per un prestito partecipativo. Chissà se, qualora divenisse presidente dei Granas, si guarderà bene dal ripetere lo stesso errore di Sensi nel ’97 …
¡Hasta la próxima!